Picture
Brian Jones
Saul Savarino: Accomodati pure... prego.

Brian Jones: Grazie, scusa il ritardo.

SS: Nessun problema, immagino gli impegni che avrai.

BJ: Già. Mi hai accennato che volevi conversare con me sull'arte, giusto?

SS: Si.

BJ: Dunque? Non ho tutta la serata.

SS: Si, appunto ti ho chiesto di venire qui perchè vorrei avere una tua opinione su un ipotetico processo di romanticizzazione della realtà, a quanto pare, necessario per la comprensione o la fruizione consapevole della realtà stessa da parte dell'uomo. E con romanticizzazione, si intende in poche parole, cio' che fa l'arte, ovvero "vestire" una comunicazione.

BJ: Accidenti, ci vai giu' pesante con le domande. Ok. Beh, io ho sempre pensato che l'uomo si sia inventato l'arte, o la musica, per dare romanticismo alla vita che ne è totalmente priva.
L'arte si definisce come quell'elemento che viene caratterizzato. Nulla di piu' fa si che l'arte si abbia. La caratterizzazione è l'applicazione di un contenuto nel contenitore dell'opera; il curioso frutto di un lavoro, contestualizzato nell'altare della comunicazione.

SS: In altre parole intendi dire che l'arte si completa o addirittura che essa sia lo spazio in cui si muove. Il contesto diciamo.

BJ: Esattamente. E se l'arte è il contesto, allora significa che essa si abilita al ruolo di contenuto comunicato, solamente quando viene fruita; e questo significa ogni volta che un fruitore vi si specchia al suo interno, caratterizzandola, come dici tu, con il proprio bagaglio emotivo e culturale.
Il punto è che la realtà cosi' come viene ricevuta istintivamente, è completamente priva di bellezza. Ha un'estetica completamente funzionale e priva della volontà di essere estetica o estetizzata.
Di fatto, questo processo di caratterizzazione coincide con il delineamento di una struttura estetica "human friendly".
L'arte è lo sviluppo della capacità umana di intendere/fraintendere e decodificare un codice, quello della percezione della realtà, che non è affatto tale. Una crittografia mai esistita. Dei geroglifici che sono pura funzionalità priva di alcun contenuto comunicativo o comunicante.

SS: è il vecchio discorso della comunicazione.

BJ: Nè piu' ne meno che una comunicazione. E in quanto tale essa avviene unicamente in presenza di un mittente e di un ricevente.
Ma ragionandoci un po' sopra, trovo che ci sia un altro livello in questa comunicazione, che trovo interessante, e questo consta nel fatto che il mittente e il ricevente non hanno alcuna funzione reale che li distingua l'uno dall'altro.

SS: Non ti seguo.

BJ: Eh si, perchè sebbene l'uno potrebbe trovarsi apparentemente in un ruolo passivo e viceversa l'altro in un ruolo attivo, essi si comportano con lo stesso modus operandi per quanto riguarda la caratterizzazione dell'oggetto comunicato.
Se A comunica a B che tizio ha fatto quella cosa, A carica di valori aggiunti il contenuto del messaggio. Valori che, in particolare in arte, raramente sono necessari o influivi su un ipotetico contenuto.
Dunque B riceve un messaggio, che sebbene carico dei valori di A, questi non interferiscono minimamente sulla fruizione del contenuto da parte di B. Questo poichè B produrrà il medesimo processo di caricatura del contenuto.
Un contenuto che, solo quando viene caratterizzato dal fruitore, diviene importante per il fruitore stesso.

SS: Ma scusa, se io realizzo un'opera è perchè voglio comunicare qualcosa,non necessariamente un messaggio chiaro o univoco, ma qualcosa per forza!

BJ: E' proprio questo il punto. Il messaggio non puo' essere univoco, perchè qualunque sia il "reale" messaggio contenuto, esso dipende comunque dalla sua fruizione da parte del fruitore.

SS: Non ci sono.

BJ: Allora: se l'arte è comunicazione, l'artista è il comunicatore (A) e il visitatore è il fruitore (B) di un'ideale esposizione d'arte e l'opera d'arte che invece è il filo tra i due mondi, è completamente priva di importanza.
L'esempio puo' essere riportato anche nel seguente modo:
Diamo il valore ipotetico 100, alla distanza tra A e B, dove A è l'artista e B sono coloro che fruiscono, mentre la distanza è la comunicazione.
A, che parte da 0, caratterizza il contenuto di un suo prodotto e cosi' facendo, lo porta al valore di 49,75. Mentre B, che parte dall'estremo opposto 100, caratterizza a sua volta il contenuto del prodotto che pero' lui solo fruisce in quanto B. In questo modo B porta il valore del suo contenuto al valore di -49,75. La risultanza, del tutto ipotetica, è un misero 0,5, il che rappresenta l'opera.
Di fatto l'opera d'arte è un mero veicolo fermo. Di fatto tutto quello che subisce la caratterizzazione di cui abbiamo parlato, è la realtà.
La realtà è il frutto di una percezione. La percezione è per definizione instabile, poichè istantaneamente legata all'interpretazione della stessa, e dunque una sua caratterizzazione.

Si fuma perchè questo crea carisma. Si mangia per assaporare la vita. Si cucina per assuefare i sensi.
Siamo completamente in vita, poichè non possiamo fare a meno di essere in gioco, e ricoprire il ruolo di giocatore, significa far si che la realtà diventi le nostre stesse carte da gioco, cosi' come i dadi e il tavolo. Trasformiamo cio' che percepiamo in realtà, caratterizzandola, decorandola esteticamente di nostri valori aggiunti.

SS: La realtà sarebbe dunque completamente priva di alcuna caratteristica non umana.

BJ: L'arte è diventata cosi' importante per la società perchè è quel mezzo che permette la bellezza. Grazie all'arte noi possiamo assaporare la vita.
Durante l'ellenismo e fino agli inizi della civiltà Romana, il ritratto era un tabu' piu' forte dell'incesto. Solo le divinità poteva essere estetizzate, poichè le statue non rappresentavano gli dei, erano gli dei. Per comprendere dio, dunque, lo estetizzo, lo realizzo, lo trasformo in realtà.
Nel disegno tecnico, in una proiezione ortogonale, si disegna un oggetto ideale, di fatto inesistente e con dei punti di vista impossibili per l'occhio umano, al solo fine di favorire la comprensione dell'oggetto stesso nella realtà.
Un assurdo che bene spiega come la caratterizzazione della realtà sia un processo necessario affinchè la realtà sia amichevole per l'umanità.
Noi vediamo la bellezza della natura, le linee stupende di un corpo, l'altezza intellettuale di un'opera d'arte, solo grazie alla nostra digestione.
L'estetica è cio' che permette la vita.

SS: Quindi per te il sentimento, l'emozione, il calore nella sua accezione emotiva, sono solo dei derivati della nostra percettiva capacità di estetizzare. Non ti sembra di minimazzero un po' troppo?

BJ:  Per prima cosa mi hai chiesto tu di venire qui e di darti un parere. Non sto minimizzando, e non si tratta neppure di cinismo.
La vita ha uno sviluppo di fatto meccanico. Una foglia cade per rinascere. I corpi morti divengo cibo e cosi' via. Il ciclo della vita, spiega la ciclicità matematica ed inesorabile dell'avanzare della vita.
Questa sconcertante essenzialità della vita è di fatto insostenibile. Dunque si carica la realtà dei suddetti valori aggiunti.
Una battuta a caccia di mammut non è piu' sopravvivenza, ma è l'ardore dell'uomo, la fiamma ardente che caricaturizza la realtà estetizzandola,
I graffiti sui muri delle grotte paleolitiche, il negativo della mano, il bufalo inciso, sono segni che idealizzano la realtà conferendogli un valore altro, o meglio un valore inedito, poichè inesistente fino ad allora.
E dunque, il romanticismo necessario, riassume questo evento che avviene quotidianamente e che ci permette una comoda spensieratezza in merito all'oblio al quale andiamo incontro e che ci lasciamo alle spalle ad ogni secondo evaporato.
Con romanticismo intendo appunto l'azione di plasmare su un sasso che solo tale è, l'interesse che suscita, la storia che lo ha portato in quel luogo o cosa gli ha dato quella forma. In un modo o nell'altro si rifinisce sempre all'estetica.

SS: Beh, non è un caso che sia un argomento mai chiuso.

BJ: E' decisamente un argomento infinito, ma ti spiego ora uno sviluppo caratterizzante che potrebbe tornare utile.
Potrebbe essere interessante il tenere conto di queste considerazioni per elaborare un prodotto dell'estetica che si autoneghi alla caratterizzazione umana.
Un prodotto "no-human friendly" , che anzi combatta a spada tratta questa sua inevitabilità.

SS: Sarebbe come chiedere a un sasso di essere solo se stesso. Primo non puo' sentirci, secondo lui è già in pace.

BJ: Con ogni probabilità cercare di sviluppare un prodotto estetico che non sia estetico è un ossimoro. Un antitesi. O quanto meno sarebbe quasi impossibile; quasi perchè se abbiamo definito che A e B gravitano attorno ad una sottile membrana che è l'arte, cio' significa che mutare il comportamento di A e di B dovrebbe essere il soggetto delle nostre ricerche.

Marcel Duchamp ha lavorato sulla percezione, decontestualizzando un oggetto comune e caricandolo di nuovi valori. Ma noi non vogliamo lavorare sulla percezione, noi vogliamo lavorare sull'azione di A e di B, del mittente e del ricevente, dell'artista e del fruitore, che è cio' che crea la caratterizzazione e dunque la conseguente estetizzazione.
Recentemente (siamo nel 2009) artisti come Duane Hanson, Maurizio Cattelan, la Piccinini o Damine Hisrt (e tanti altri ancora come Hirshhorn), hanno lavorato espressamente con la realtà o con l'iper realtà, come se il suffisso iper permettesse una diversa comprensione.
Di fatto, operando in questa maniera, questi artisti si sono arresi.

SS: Caspita, in quest'ottica sarei anche io uno di loro; l'arte contestuale prendeva atto di come l'opera fosse tautologicamente legata al suo contesto e percio' lavoravamo proprio in questo senso, sul e con il contesto.

BJ: Come nel tuo caso, cosi' negli altri. E' una tendenza che ha portato sempre di piu' gli artisti ad annusare questa inevitabilità estetizzante. Prendere le briglie della situazione è praticamente impossibile; significherebbe riuscire ad avere un occhio non umano con il quale verificare l'essenzialità e l'assolutezza dell'essere.
Bisognerebbe trovare il modo di essere assenti al processo di interpretazione del nostro cervello o di fare in modo che l'estetizzazione inevitabile di un contenuto di un'opera d'arte,  in altre parole la fruizione dell'opera da parte di potenziali visitatori, sia assente dal suddetto processo caratterizzante.

SS: O li si porta al coma, o la cosa si fa difficile.

BJ: Forse la chiave, o chissà la scappatoia, potrebbe essere il cambiare l'avvenire del processo di caratterizzazione. E probabilmente è qui che entra in gioco lo stupore. L'arte resterà sempre l'arte. 
Se si veicola la caratterizzazione di un evento o di un contenuto, sulla base delle abitudini o del già noto da parte dei fruitori, si potrebbe per un attimo far provare una percezione pura non romanticizzata.
Se per esempio, produco un'auto, ci sia aspetta che questa si comporti da automobile. Ma se questa auto poi fosse altro? Stupirebbe gli automobilisti, anonimi fruitori di un contenuto a loro cucinato diversamente?
Una vecchia storia. E' Duchamp, cosi' come Guy Debord e gli 01.org .
Inoltre se un'auto oltre ad essere un auto fosse un Ford Grand Torino, probabilmente l'estetizzazione che la delinea come Ford Grand Torino, già di per se', attiva il processo di caratterizzazione che la trasforma in un oggetto del desiderio, o in un auto mitica (come mitici erano in Grecia).

Elmo Lewis: Brian, dovremmo andare. Ci aspettano...

BJ: Si arrivo. Scusami ma devo andare. Grazie dell'invito.

SS: Si, beh. Un'intervista lampo...

BJ: Devo andare. Tu che fai? Hai da fare? Vieni con noi, andiamo in Edith Grove.

SS: Grazie. Verrei ma domani devo alzarmi presto...

BJ: Si. Ci si vede, eh?
 





 
 
Picture

Dopo anni di attesa la Savarino&Guzzetti AMPLIFICATORITALIANI lancia sul mercato un nuovo prodotto, il Luka.
Una cassa passiva 2x12 ispirata alla PPC212 della Orange.
Di seguito le immagini e un mini-tutorial.
Materiali:
-Compensato di Betulla 18 mm
-2 Coni Celestion Vintage 16 ohm
-Misure 78 cm x 53 x 38
-
 
Clicca qui per vedere lo spot su Media Shopping.

 
 
Picture
Clicca sull'immagine per vedere le altre illustrazioni

Il Creative Research Suite riapre la sua produzione con una serie di illustrazioni digitali.
Elaborazioni di fotografie self-made/amateurs generate da un processo di vettorizzazione e semplificazione.
Il CRS propone una sua nuova branca, il NIE, acronimo di Nuova ImmaginE, con la quale firma una nuova stagione di pura ricerca visiva.

Stampa Lambda su legno
Supporto in legno
Dim. cad. 4/3 (254 mm x 203,2 mm)

 
 
Picture
Bon Scott

Saul Savarino: Innanzitutto, grazie di aver accettato di essere qui.

Bon Scott: E' un piacere, quando si puo' aiutare...

SS: Come ti ho già anticipato questa intervista vorrebbe indagare quello che è il senso dell'essere un artista, cosa rappresenta nella società e come, forse , il suo ruolo sia stato travisato.
Normalmente si ritiene che gli artisti abbiano un dono, un talento...

BS: E' una cazzata. Gli artisti, come tutte le professioni nella società derivano da un inclinazione particolare di colui che esercita questa professione, verso la professione stessa.
Il problema è definire la professione di artista che è potenzialmente molto piu' variegata delle professioni che potremmo definire "piu' esercitate" nelle società.
Per esempio di un idraulico, di un amministratore delegato o di un insegnante, si sa perfettamente quello che fa, perchè lo fa e come vi si trae qualcosa di materialmente utile (il prodotto del suo lavoro) per il lavoratore e per i fruitori del suo mestiere.
Tutte le professioni si praticano per denaro, ma sicuramente colui che vive in una società che offre un certo margine di scelta, come è ancora quella europea, avrà la possibilità di esercitare una professione che magari non ama particolarmente, ma nella quale è piu' bravo di altri o il quale lavoro non gli pesa esageratamente; peso che ovviamente si alleggerisce se i risultati sono buoni.
In soldoni, un amministratore delegato se fa fallire l'azienda che gestisce, non solo perde il lavoro ma (in un mondo ideale) non farà piu' l'amministratore delegato perchè è evidente la sua incapacità.
Cosi' un idraulico che non fosse in grado di aggiustare il mio lavandino intasato non avrebbe molti clienti. E' molto probabile che ognuno di questi professionisti preferirebbe essere miliardario e non fare il proprio lavoro, ma siccome cosi' non è, sono costretti a lavorare e la migliore via di mezzo tra l'essere un barbone e un miliardario, è fare un mestiere per il quale si hanno delle capacità evidenti, una inclinazione favorevole che non ci faccia pesare troppo il tempo impiegato per guadagnare dei soldi. Forse non si arriverebbe a dire che la professione ci piacerebbe, ma senz'altro sarebbe sopportabile.
Dunque non si puo' dire o non si usa dire, che un idraulico o un amministratore delegato abbiano il "dono" di riparare i lavandini o di portare in attivo gli utili delle società, ma sicuramente essi saranno piu' bravi nel loro mestiere piuttosto che in un altro campo lavorativo.

SS: Ma perchè cazzo l'artista dovrebbe avere il "dono"? Quale è la differenza tra riparare un lavandino e fare un bel disegno?

BS: L'utilità diretta probabilmente. Il lavoro di un idraulico da solo produce denaro; il lavoro di un artista di fatto no.
Probabilmente pero', il lavoro dell'idraulico produce denaro perchè è inserito in un contesto che ha dei presupposti noti e degli sviluppi standard: si rompe il lavandino, l'idraulico viene e lo ripara e allora pago il suo servizio.
L'utilità diretta è evidentissima. Grazie idraulico, ora posso di nuovo lavarmi i denti.
L'utilità del lavoro dell'artista è sempre stata mutevole nel corso dei secoli e oggi piu' che mai è invisibile.
L'utilità dell'arte e dell'artista è stata per secoli legata ai riti ecclesiastici e all'evangelizzazione. Dai faraoni dell'antico egitto fino ai trittici medievali, bisognava comunicare la grandezza di dio, le avventure di Gesu' Cristo e cosi' via.
Poi si è passati a voler mostrare la propria di grandezza tramite la commissione di enormi opere di artisti, con il mecenatismo in particolare quello Rinascimentale.
Fin qui, l'utilità del lavoro creativo e poi pratico è piuttosto evidente, sebbene punti già ad obiettivi piu' complessi del riparare il lavandino, come ad esempio il controllo delle masse o la sottomissione di alcune etnie.
Quindi un utilità già riflessa in uno o piu' passaggi, ma ancora visibile.
Con il '900 gli artisti, mossi dal desiderio di rompere costantemente con il passato, hanno investigato la creatività a 360° gradi spazzando via l'utilità diretta e facilmente comprensibile.

SS: Di fatto pero', l'utilità diretta di un lavoro, non determina necessariamente il fatto che un artista che realizza un'opera d'arte, abbia il dono di saper ideare, al contrario dell'idraulico che "solo" saprebbe fare il proprio lavoro. O sbaglio? Questo sarebbe un po' classista e in contraddizione con quanto hai detto prima.

BS: Hai ragione, infatti è piu' che evidente che la creatività sia una componente fondamentale e onnipresente nella vita dell'uomo, di tutti gli uomini; la capacità di elaborare concetti fino ad allora inesistenti è cio' che ci distingue dal resto del mondo naturale e che ha permesso lo sviluppo tecnologico e tutte le sue conseguenze.
La creatività è dunque una dote di tutti, e l'unica differenza riscontrabile nelle persone (che comunque la adoperano nella vita quotidiana) è il suo sviluppo.

SS: Pero' forse, ora troviamo una differenza tra i due mestieri (artista e idraulico): il nostro amico idraulico per ottemprare agli oneri del suo lavoro, risponderebbe ad una necessità che puo' ripetersi sempre nello stesso modo e quindi avverrebbe un processo creativo minimo. Per esempio se si intasa il mio lavandino, l'idraulico saprà come aggiustarlo con un modus che sarà il modus migliore anche qualora il suo prossimo cliente avrà lo stesso problema di intasamento.

BS: Esattamente, il processo creativo messo in atto sarà legato ad altri fattori meno essenziali per l'esecuzione del lavoro, come ad esempio a seconda della tipologia di intasamento o della forma del tubo, dove egli dovrà agire in maniera diversa inventandosi forse un nuovo modo per una nuova necessità.
L'artista apprende si un modus di realizzazione, ma non dovendo rispondere a quasi nessuna necessità, egli puo' applicare completamente la sua creatività.

SS: Quindi ritieni che quello che differenzia un artista da un altro lavoratore è il tipo di necessità e la "quantità" di creatività utilizzata durante il suo lavoro?

BS: Si, ma non del tutto. Per sistemare un nuovo tipo di lavandino intasato in un modo che non ho mai visto, applichero' una certa percentuale piu' alta di creatività; cosi' come se devo/voglio realizzare un'opera d'arte innovativa sotto molti punti di vista applichero' allo stesso modo la mia creatività, ma l'idraulico puo' avvalersi dell'esperienza per affrontare un problema che ha già risolto in passato, mentre l'artista dovrebbe sempre tendere ad affrontare nuovi problemi.

Arriviamo quindi ad elaborare l'idea per la quale un artista non è tale perchè è un unto dal signore, ma perchè ha la possibilità e la capacità economica e sociale di sviluppare la propria creatività, nonchè la volontà di orientarla verso un'applicazione estetica.
Da un certo punto vista quello che fa dell'idraulico un'idraulico, è il fatto stesso che egli abbia scelto o si sia ritrovato a doversi inserire in un contesto sociale che lo identifica nel suo ruolo.
Sia l'idraulico che l'artista hanno una dote creativa, ma essa viene applicata per motivi diversi in modi diversi e quindi in contesti diversi.

SS:  Sappiamo ora che un artista non è diverso dal resto dei lavoratori della società, e che quindi l'idea del dono o del talento sono del tutto infondate, ma si pone di fronte a noi un nuovo quesito: l'artista è quindi un artista perchè gli è proprio il ruolo di eroe romantico?
Ma non è quello che stiamo qui cercando di sfatare?

BS: Le caratteristiche del ruolo di artista nella società sono ovviamente molto diverse e anche contraddittorie e percio' trovare un comune denominatore diventa arduo.
Tuttavia un artista, lo abbiamo trovato prima, è tale se applica nel suo lavoro una componente creativa al fine di uno sviluppo estetico.
Pero' abbiamo visto che il fatto di rispondere a queste caratteristiche comporta il fatto che egli si delinei sulla base del contesto sociale ed economico (possibilità, capacità e volontà). Ma forse è meglio distinguere tra contesto sociale e fattori che permettono l'essere del ruolo dell'artista.
I fattori della possibilità economico-sociale, della sua inclinazione favorevole e della sua volontà, forse non coincidono completamente con la definizione di contesto sociale.
In effetti quello che si definisce come contesto sociale è un elemento , o meglio un ambiente, estremamente piu' allargato dei soli tre fattori prima citati.
Mentre i tre fattori hanno di per se stessi dei contorni poco mutevoli, il contesto sociale comprende molti piu' elementi anche contraddittori con la tesi qui avanzata: primo fra tutti, per esempio il riflesso sociale dell'artista nella società, riflesso che comporta l'immaginario comunemente accettato e anzi applaudito, per il quale si delinea l'idea di artista romantico, un po' pazzerello, sopra le righe, spettinato e dai comportamenti bizzarri. Piace a tutti l'idea dell'artista tormentato, ma che nasconde una capacità incredibile di dipingere o scolpire o qualunque altra cosa faccia.

Questa componente del contesto sociale è proprio cio' che qui ho intenzione di combattere. Un artista non è niente altro che un lavoratore che utilizza la sua creatività liberamente da oneri di utilità diretta. Un quadro o una scultura, non solo abbellisce o dà colore, ma ha delle implicazioni ben piu' complesse e variabili a seconda dello sviluppo estetico messo in atto.

SS: Dunque sostieni che il contesto sociale non comporta necessariamente la definizione del ruolo del lavoratore ma i tre fattori di possibilità, capacità e volontà, invece si. E in maniera anche completa. E' anche vero pero', che qualunque professione puo' rientrare in questi parametri e dunque avendoli spremuti fuori dal ruolo di artista possiamo felicemente dire che l'artista è un lavoratore come tutti gli altri. O no?

BS: Si, abbiamo raggiunto un buon punto, ma un altra questione da sviluppare e che mi riguarda piu' direttamente, consiste nell'idea che l'artista in quanto creativo di mestiere, debba necessariamente essere in costante rottura con gli standard prefissati, di qualunque natura essi siano.
Questo ovviamente complica le cose. Se un artista deve innovare con la sua creatività, tutto quello che egli tratta non deve avere nessun paletto, o meglio deve abbattere tutti i paletti che sono fissi.
Credo fortemente che un artista abbia il dovere di essere il rompi ghiaccio (ma diciamo pure il rompicoglioni) della società, poichè egli ha il ruolo di innovatore ed è quindi tenuto a non rispettare alcuna regola imposta.

Se il senso dell'artista c'è, credo sia questo. Un'artista ritengo debba avere il dovere di portare avanti dei concetti che siano di rottura con i precedenti standard.
In fondo è sempre stato cosi' tra i grandi artisti, da Puccini a Van Gogh, a Michelangelo, a John Cage.
La cosa curiosa è che attualmente questa componente di rottura è diventata una costante e come tale è diventata un paletto.

SS: E dunque? Mo' che cazzo si fa? Bisogna tornare a fare il Canova di turno?
 
BS: Non credo. Fare il classico per rompere con il contemporaneo non sarebbe innovare.
Ritengo che a questa domanda, ogni artista coraggioso e sincero risponderà con il proprio lavoro, pero' ritengo che un buon punto di partenza potrebbe essere il rompere i clichè.

SS:  Quali clichè?

BS: Le mostre per dirne una, le gallerie, le inaugurazioni e magari lavorare su quello che ha allontanato l'arte dalla società.

SS: Ma scusa, se l'artista è un lavoratore come tutti gli altri (lo abbiamo provato prima), come puo' l'arte essere lontana dalla società?

BS: Il punto è che l'artista dovrebbe essere un lavoratore come tutti gli altri ma non lo è, è per questo che ho accettato di venire qui. Molti artisti si gongolano nel loro ruolo di poeti romantici e di creatori uranici dei quali la terra è solo un mero satellite.
E di fatto anche la società ama avere queste cellule di pazzia controllata.

SS: Quindi secondo te dovremmo liberare gli artisti nelle strade? Dovrebbero diventare tutti street artists?

BS: Chiaramente no. L'idea iniziale di galleria d'arte era quella di avere un locale dove mostrare i lavori di alcuni artisti. Poi si è tutto sviluppato trasformando alcune gallerie in status symbol, i galleristi in inarrivabili personaggi e i critici in coloro che controllano che l'arte vada bene per la società.
Da un certo punto di vista mi piace pensare di essere uno a cui non gli frega nulla e che va per la sua strada, il classico protagonista sfigato di un film hollywoodiano al quale tutti dicono che non farà strada e poi se li incula tutti perchè alla fine vive felice e contento.
Non lo so, io credo in artisti come Gordon Matta-Clark, come Acconci e Colombo, gente che ha lavorato in galleria certo, ma ai quali interessava di piu' il loro lavoro.
Ritengo che il lavoro di un'artista debba essere di rottura, sempre e costantemente, in una parola BALLBREAKER!

SS: Credo che con questa potremmo anche chiudere..

BS: Si, sono un po' stanco, hai da bere?






 
 
Picture
Picture
Picture
Picture
Picture

Natable by Savarinvs Fecit
600 mm x 1600 mm x 30 mm
Legs 800 mm Ikea Okelby

 
 

E' on line uno spazio per il Rollerblading Ticinese.
Si Chiama Rolling My Religion e pubblica video e news da tutto il mondo, recensioni su vari skatepark, consigli su come costruire rampe e consigli su trick e quant'altro.
Stay ROll!!!
http://rollingmyreligion.weebly.com

 
 

Pubblico un post a riguardo di una mostra che si terrà dal 15 Maggio 2009 al 15 Giugno presso La Fabbrica di Losone.
Questa mostra consiste nell'esposizione di oltre 200 dispenser PEZ, le mitiche caramelle contenute appunto nei dispenser a forma di animali vari.
La mostra è a cura di Libby&Rogers, la fondazione per la cultura finanziata dall'omonimo studio legale newyorkese.
La mostra ripercorre con delle infografiche la storia e la nascita di queste caramelle fino allo sposalizio fortunato con la Walt Disney che le ha definitavamente portate al successo.
L'inaugurazione avrà luogo il 15 Maggio alle 21:00 presso la fabbrica con un aperitivo a base di caramelle PEZ e seguente Djset.

 
 


























All'alba del 2009, una nuova azienda artigianale fa la sua comparsa sul mercato mondiale.
La Savarino&Guzzetti AMPLIFICATORITALIANI parla da sola con le sue produzioni.
Pubblico le immagini e un mini-tutorial di come ho realizzato il mio primo amplificatore per chitarra.
Per l'occasione io e il mio socio ci siamo inventati anche un'azienda (che non vende niente ma produce solo ampli per me) ovvero la Savarino&Guzzetti AMPLIFICATORITALIANI.
Il primo prodotto di questa neonata azienda artigianale è il "Marko".
Il Marko è un amplificatore cannibalizzato, ovvero: Abbiamo comprato un ampli Harley Benton, il GA5, un mini ampli valvolare (1 valvola) da 5 watt di potenza.
Lo abbiamo smontato e poi abbiamo rovesciato la parte elettronica posizionandola sul nuovo case.
Il case è il vero lavoro che è stato fatto da noi (l'elettronica infatti è stata solo derivata dall'Harley Benton).
Ho utilizzato un truciolato 18 mm, molto economico e molto pesante, formicato in bianco.
Per nascondere le parti tagliate delle assi, ho applicato un bordino (che è fatto apposta per questo) di un nastro bianco che si stira sul legno e resta incollatissimo!
Ho assemblato il tutto con viti da legno e colla.
Il risultato è molto accattivante come estetica (almeno a mio parere) e il suono è quello di un Harley Benton con una cassa piu' bella. Niente di piu'.
Ma come prima esperienza mi sembra un successo!
a presto,

Savarino&Guzzetti  AMPLIFICATORITALIANI

Visualizza lo spot  del Marko


 
 

La caratteristica tautologica del cinema è la mitizzazione incosciente e irreversibile del soggetto ripreso.
Quello che i film effettivamente producono, al di là di ogni positiva promozione culturale conseguente, è una trasformazione in idolo di ogni singolo elemento presente nella pellicola.
Un qualsiasi sviluppo della realtà viene quindi catturato e riproposto, digerito dalla macchina da presa e rigurgitato dalla proiezione e dalla fruizione di quest’ultima.
Ma come avviene questa mitizzazione e soprattutto, perché questa è la componente vincente del cinema?
La mitizzazione si sviluppa come un processo attivo, al 50% da parte del film e al 50% da parte degli spettatori. Il film proiettato incornicia elementi, azioni, storie reali o comunque concepibili, all’interno di confini culturali che assurgono a ruoli esemplari; cio’ avviene in merito alla nostra necessità, nonché alla nostra volontà, di seguire un riferimento certo, di accettare scientemente una certezza data; e forse qui abbiamo trovato un perchè.
Purtroppo a questa risposta non puo’ che succederne un’altra molto piu’ complessa: perché abbiamo la necessità di un riferimento? Probabilmente perché non ne abbiamo nessuno.
Credo che cosi’ come il Cinema sfrutti questa chiave relazionale con il pubblico, cosi’ lo stesso pubblico sfrutti l’eco mitica delle scene impresse e regalate dalla pellicola.
Sebbene il processo sia tanto banale, abbiamo la certezza che esso generi volontariamente un circolo vizioso, per il quale dalla sala per prima, provenga un approccio al grande schermo di tipo religioso.
Probabilmente parte di questo comportamento ha luogo anche causa delle dimensioni amplificate della realtà cinematografica; non possiamo dimenticare che gran parte delle divinità che sono state realizzate/rappresentate in epoca arcaica (e non solo), riflettono il loro potere in base alla loro dimensione.
Tuttavia nel cinema non c’è un terrore sacro che viene strumentalizzato o che viene subito; avviene invece una scelta concreta e culturalmente attiva.
Credo che sia parte integrante dell’essere umano la necessità di affidarsi ad una credenza; questo si vede dalla creazione delle religioni, fino al suddetto approccio con il cinema e piu’ recentemente con l’utilizzo delle nuove tecnologie.
Queste provocano comportamenti che portano ad una mitizzazione, e che probabilmente si potrebbe qui tradurre anche come realizzazione, nel senso di conferma dell’esistenza della realtà; è riscontrabile nella necessità di vedere affermata la propria esistenza, o l’esistenza di tutto cio’ che ci circonda tramite la copia digitale. Quest’idea si esemplifica in particolare con la fotografia digitale, che ci porta a controllare immediatamente sullo schermo che la realtà corrisponda alla foto appena scattata, o che ci fa andare allo stadio a guardare il megaschermo. In generale abbiamo cosi’ poca sicurezza e fiducia nella realtà concepibile, per cui dobiamo crearne una divina o mitizzata.

Un altro problema di questa mitizzazione è la sua inevitabilità; non c’è modo di fare cinema escludendo questa componente.
Tuttavia è anche vero che se c’è una responsabilità in questo fenomeno, essa è nella distinzione tra propositori e accettori.
Se io fossi un agricoltore e cercassi di vendere i miei prodotti ad un cliente, sarei co-attore con il compratore di una transizione di beni (es. mele per denaro). Se io non cercassi di vendere le mie mele il cliente non le potrebbe comprare, è semplice quanto ovvio.
Ma perché temere la mitizzazione operata dal cinema? In effetti è una sua peculiarità che è anche parte fondamentale della sua magia. La famosa magia del cinema è probabilmente proprio questo; cio’ che subisce il processo attivo di cinematografizzazione diviene mito, esempio proposto.

Questa mitizzazione incosciente ha luogo in qualche modo in tutte le forme d’arte visiva, ma nel cinema, proprio per il suo essere largamente mediatico, questo fenomeno viene estremamente amplificato.
Quello che probabilmente non riesco a puntualizzare e a giustificare, è il ruolo dei fruitori delle pellicole, che pur essendo controparte indispensabile, resta comunque subordinata.
Gli spettatori di una proiezione cinematografica, scelgono coscientemente di vivere un’esperienza reale e attiva assumendo appunto il ruolo di pubblico in sala. Ciononostante è un processo attivo in qualche modo paragonabile all’assunzione di droghe, le quali producono esperienze straordinarie ma certamente non innocue.

Cio’ non significa che la mitizzazione sia nociva, l’operato del cinema non è in nessun modo dannoso, tuttavia essa equivale ad una prostrazione religiosa, ad un’accettazione consapevole di una realtà utopica o divina, che ci offre l’opzione di guardare la luna e non il dito che la indica, anche se il dito è concreto e concepibile, al contrario della luna e della realtà mitizzata dal cinema.
Credo che il fulcro della questione non sia mitizzare o meno la realtà, ma se creare uno spettro dai poteri e le qualità straordinariamente superiori a quelle umane, sia una cosa positiva o negativa.

Dunque produrre un mito da invidiare è un atto che nega la nostra libertà? Il riferimento è un limite? Certo che no, a patto che l’approccio ad esso non sia passivo.
In qualche modo mi viene da pensare che la negazione della realtà, o meglio la sua sostituzione, anche se temporanea, sia controproducente allo sviluppo culturale cosciente dell’intelletto umano.

Se io nego la mia comparità accettando la superiorità ammirevole di George Clooney sullo schermo, in un certo senso divento vittima della mia stessa cultura, e lo scelgo per giunta.
Se dunque si tratta di una scelta, allora il discorso esce dai confini dello schermo e si sposta sulla legittimità di una autosubordinazione da parte dell’uomo nei confronti della cultura che egli stesso ha prodotto.

Dunque cosa distingue la subordinazione culturale da quella religiosa? Probabilmente il processo di ateismo che ha avuto enorme sviluppo negli ultimi cinquant’anni, è solo un processo di sostituzione.

L’uomo ha cosi’ fervente necessità di essere subordinato agli stessi idoli che si è autocreato, che si proclama dio e fedele contemporaneamente.
E allora il significato della realizzazione artistica come affermazione umana? Lo stesso fatto di creare i propri dei non è forse una ulteriore affermazione della capacità creativa dell’uomo?
Teoricamente la produzione di un qualsiasi oggetto fisico o soggetto teorico, è una dichiarazione di identità e di umanità, la creazione stessa è una peculiarità tanto umana quanto è un’agente negante di una divina e superiore capacità creatrice.

Dunque ogni creazione è una dichiarazione di ateismo, ma se la produzione realizzata crea una divinità? Se il cinema rende divina ogni azione in campo, allora essa è un’affermazione atea poiché è umana realizzazione, oppure no?
Credo che la necessità di avere un dio sia forte quanto la necessità di creare ed è per questo che secondo i cristiani dio ci ha creato a sua immagine e somiglianza, poiché egli non ha creato altro che se stesso.
Probabilmente si tratta solo di una sovrapposizione, chi crede nella cultura e chi crede in dio. Allora forse è il caso di indagare cio’ che accomuna le due parti; la credenza, l’affidarsi.
È vero che la fede ha lo stesso carattere di subordinazione e dipendenza da dio che gli intellettuali hanno dalla cultura, ma cio’ che fa la differenza è la totale accettazione passiva di contro alla scelta attiva.
È come se scegliessi cosa credere delle sacre scritture e come farle mie e modificarle a mio piacimento. Questo probabilmente è il vero distinguo tra i credenti e i non.
Percio’ il cinema va abolito in quanto imponente dio che ci allatta? Certamente no, infatti siamo liberi di accettarlo o meno, o in parte come dio.
Credo che allora il problema non sia la libera scelta o la completa passivizzazione, ma invece la necessità di avere un lume da seguire, con le dovute deviazioni e le soste che desideriamo, e cio’ che realmente ci serve è il riferimento.


 
 

Cosa centra lo show televisivo Jackass con il Rinascimento? Apparentemente nulla, infatti il Rinascimento nasce in Italia a metà del 1400, Jackass nasce alla fine degli anni ’90 (del ‘900) in California.

Cos’è il Rinascimento lo sappiamo quasi tutti, ma tanto per ripassare, questo viene indicato dagli storici come un periodo di grandissimi sviluppi nelle arti e nelle scienze; un secolo che ha visto espandersi ed evolversi la creatività degli intellettuali.

Ovviamente gli storici, che non si occupano di contemporaneità, non hanno mai parlato di Jackass; ma è impossibile non vedere che quello che Jackass ha dato ad una certa fascia di giovani (tra i 16 e i 30 anni), è stata una spinta creativa fuori dal comune, inusuale certo, ma estremamente ricca di energia.

Con questo show ha avuto luogo una sorprendente impennata di inventiva e di assunzione di ruoli attivi e creativamente produttivi; e questo processo di promozione e stimolazione intellettiva, ricalca, con le dovute sbavature, lo sviluppo artistico Rinascimentale.

Nel 1400 l’alimentazione culturale di origine mecenatica produsse un “push-up” artistico, uno straripamento di creatività.

Come è ovvio, solo i ricchi o i nobili potevano finanziare le varie ricerche culturali, e seppur il numero di questi individui fosse limitato a poche centinaia, queste alte classi assistettero ad un vero e proprio traboccare della cultura che avevano iniziato a nutrire.

Certamente anche se pochi, (o forse proprio perché pochi) essi avevano a disposizione notevoli riserve economiche, ma sappiamo bene che lo sviluppo dell’intelligenza si attua soprattutto grazie allo scambio di idee e concetti tra le persone e che il fattore economico è utile ma non fondamentale.

In particolare è interessante soffermarsi sul patrimonio che abbiamo ereditato: Parliamo di città come Firenze o Urbino, interamente dedicate alla cultura, o di architetture, di scoperte artistiche, scientifiche e ingenieristiche di un valore incalcolabile; il tutto nel giro di poco piu’ di un secolo, coinvolgendo un relativamente ristretto numero di individui e provocando un’onda culturale che ha gettato le basi per molte delle attuali avanguardie intellettuali.

Grazie ai nutriti finanziamenti, questo fiorire artistico incoraggiò tutta una serie di nuovi studi ed invenzioni nel secolo successivo, e permise lo sviluppo di talenti del calibro di Michelangelo, Da Vinci, Sanzio, Botticelli e molti altri nomi noti.

Immaginiamo quindi se questo tipo di incoraggiamento culturale fosse stato aperto a tutta la popolazione, che è quello che fortunatamente oggi possiamo fare in particolare grazie al web.

Forse avremmo vissuto uno sviluppo artistico, letterario, scientifico e tecnico che avrebbe anticipato ogni scoperta di diversi secoli, e chissà quanti intellettuali non sarebbero rimasti nascosti alla storia; e chissà dove e come saremmo noi ora.
In maniera piu’ o meno tangente, Mtv è finita per far eco alla promozione creativa che 500 anni fa la famiglia De’ Medici aveva attuato commissionando le sculture di Michelangelo.


In qualche modo Jackass, grazie alle sue caratteristiche base, grazie al web e ai network, ha assunto il ruolo di fenomeno culturale perché promotore di creatività.

Infatti Jackass ha arricchito lo skateboarding e soprattutto quella “street culture” (che proprio per la sua settorialità esclude il resto della giovane utenza), di una fruibilità a 360°, dove chiunque voglia puo’ esserne parte, senza dover essere necessariamente uno skater, quindi senza dover essere già parte di una preesistente struttura sociale.

È come dire che durante il picco culturale Rinascimentale, tutta la schiera di artisti e di scienziati, si fosse messa ad insegnare e ad invitare a proporre le proprie idee a tutte le persone della città, anziché riservare le proprie capacità tecniche e didattiche solo ai De’ Medici.
Lo skateboarding si circoscrive nella parentesi compresa tra professional skaters e dilettanti della tavola; Jackass, discendendo da questa, ha semplicemente ridotto la focale sulle sue componenti creativa, divertente e pericolosa.


Il passaggio è stato semplice: per essere uno skater devo avere uno skateboard e andarci in giro; per fare del “Jackassing” devo solo essere creativo e coraggioso.

Percio’ laddove il Rinascimento ha sviluppato la creatività degli artisti, Jackass ha foraggiato e stimolato la creatività di tutti i creativi che guardavano lo show in tv.
Bisogna distinguere bene i processi paralleli ma differenti, di diffusione e di promozione creativa.
La diffusione del fenomeno Jackass ha avuto luogo tramite la tv e il web, e questo fattore riguarda unicamente gli stunts ed Mtv (o la Paramount), mentre la promozione coinvolge chiaramente anche il pubblico.
Infatti la caratteristica amatorialità e conseguente genuinità, nonché la possibilità di realizzare delle imprese a casa, sono le condizioni ideali perché il pubblico possa essere parte attiva e soprattutto creativa di Jackass. Chiaramente è da non dimenticare che fare del Jackass, fa sempre pisciare dal ridere.


Certamente il web, che ha permesso la “pubblicazione privata” delle imprese dei fan dello show, ha contribuito in maniera determinante allo sviluppo “home made” del fenomeno, aiutato soprattutto dall’assenza di qualsivoglia regola o filo conduttore tra le varie imprese.
Dopotutto parte integrante del divertimento generato da Jackass, è il riprenderlo con una telecamera; in qualche modo, proprio come i comuni “street sports”, le sfide di Jackass sono realizzate al 50% per il divertimento di “rischiare per divertirsi” (farsi male è quasi fondamentale), e l’altro 50% per mostrare agli altri la testimonianza della propria creatività.


Penso questa cazzata, la faccio per ridere, la filmo e la faccio vedere a tutti per far ridere anche loro. Un processo del tutto simile alla creazione artistica.
Se consideriamo la particolarità degli street sport (che non sono proprio sport ma culture), notiamo come sia basilare nello skateboarding, bmxing e nel rollerblading, la componente creativa nella realizzazione e nella combinazione dei trick.


I trick, le acrobazie, oltre ad essere divertenti, pericolose e fichissime, sono anche un cocktail di abilità tecnica e di creatività.
Quello che lascia veramente a bocca aperta, dei trick “chiusi” (nel gergo “completati”), è l’utilizzo alternativo della città. La sorpresa nel concepire un’architettura in una via mai considerata, un vero “altro” punto di vista.


Infatti le discipline street, hanno la peculiarità di ri-utilizzare gli elementi urbani tramite un processo creativo e consapevole di fruizione differente da quello per le quali scale, corrimano, tetti, muretti e quant’altro, sono stati realizzati; e poiché è un processo creativo, tutti gli elementi urbani sono alternativamente fruibili; un processo che potremmo chiamare “Replyving”.

E da come gli “streeters” ri-vivono creativamente gli elementi urbani, cosi’ Jackass fa dei suoi seguaci degli interpreti della realtà, i quali reinventano gli oggetti di uso comune per farci ridere.
Dunque da dove altro poteva arrivare Jackass se non da questa massiccia dose creativa propria degli sport-culture di strada?


Altrettanto importante quanto la creatività, è la componente pericolosa di questi sport, nonché la possibilità di farsi male, molto male, ma (quasi) mai un male letale.
Infatti anche quest’altra componente è stata fondamentalmente introduttiva nella nascita di Jackass.
Ma biografiamo un po’ Jackass e vediamo quale è l’effettiva genesi del fenomeno.
Padre e star indiscussa dello show è Johnny Knoxville, che ha sostanzialmente creato Jackass cercando di fare il giornalista. Wikipedia ci dice che Knoxville aveva l’idea di scrivere un articolo sulle armi da autodifesa (tra cui una Colt Phyton) basandosi sulla sua esperienza personale, voleva infatti provarle su di sé.


La rivista di skateboard Big Brother, famosa per i suoi articoli al vetriolo, coglie l’occasione e finanzia l’articolo di Knoxville, ma gli propone anche di filmare i test e di ideare altre imprese del genere.

Ben presto Jeff Tremaine, il regista dei lungometraggi di Jackass, Rick Kosick, il cameraman ufficiale dello show, Chris Pontius e Dave England, che lavoravano per la rivista, decidono di inserire gli stunt di Knoxville (nonché i loro) nei video prodotti da Big Brother, trasformando cosi’ Knoxville in una celebrità.

Da qui Mtv propone di trasformare le imprese del cast, ormai ampliato a una dozzina di persone, in uno show.
Jack Ass è il vero nome di Bob Craft, il quale lo ha cambiato legalmente nel 1997 (ottima scelta!).


Quello che piu’ conta della storia di Jackass sono le sue controversie per il gran numero di morti e feriti dovuti alle imitazioni dei fans.
Queste imitazioni, non sono in realtà tali, poiché non esiste nella tautologia di Jackass di copiare un impresa realizzata da un altro.
“Non lo faccio anch’io”, perché cerco invece di arricchire o esasperare un lato della tua impresa; se è pericolosa cerco di aumentarne la pericolosità, se è stupida la stupidità etc ..oppure ne invento un’altra tutta nuova, e sopratutto tutta mia.
La parte fondamentale di Jackass è infatti la creatività con la quale io invento una sfida e la eseguo.
E questo è anche il suo grande merito, l’aver provocato la creatività di coloro che seguivano lo show, i quali (come il sottoscritto del resto), interpretano le varie invenzioni di imprese come “caselle già occupate”.
Si intende ogni bizzarra idea come un’opera unica che, per una legge mai scritta, non è consentito riproporre nello stesso modo.


La volontà di divertirsi rischiando e arricchendo ogni volta di una nuova idea la mia esperienza e quella degli altri, è cio’ che contribuisce a voler essere parte di un fenomeno che ci stimola, poiché ci sprona ad essere creativi, e questo al fine di essere parte di quello stesso fenomeno (un giro completo). E anzi devo sviluppare la mia creatività, devo usare il cervello per fare lo scemo.
Io sono padrone della mia idea e la metto in atto solo per metterla in atto, ed è la genuinità di questo processo che rende unico Jackass. È una grande affermazione di capacità.


Jackass, proprio per il suo essere continuamente rinnovato da una nuova idea, è variegato nei suoi sviluppi, è un cocktail totale: il piu’ comune modus è l’utilizzare inadeguatamente o creativamente un oggetto o una situazione comunemente nota; altri come Steve-O e Chris Pontius giocano con la pericolosità di certi animali; altre modalità sono simili alla Candid Camera, in particolare quella relativa alla spontaneità delle reazioni dei passanti ignari di essere parte di un gioco, ma anche scherzi negli scherzi rivolti ai membri del cast; e infine i test con le armi non letali.

Su questo ultimo punto, personalmente mi sorgono dubbi sul perché e il come.

Infatti se faccio Jackass è per divertirmi, per far divertire, per superare una prova come me stesso o con gli altri.

Quando in diversi spot dei lungometraggi, i protagonisti (Knoxville) si ritrovano ad essere un bersaglio bendato di uno yak incazzatissimo (Jackass: Number Two), è visibile la paura che trasuda ovunque, ma è ancora un limite che si è un grado di accettare; sia per l’esito positivo dell’impresa (Knoxville sopravvive), sia perché uno yak ha tutto il diritto di essere incazzato e se sei nel suo campo è solo un problema tuo.

Ma quando Knoxville si fa sparare nello stomaco un sacchetto di sabbia da un fucile a pompa (Jackass: The Movie), oltre alla sua paura che passa allo spettatore al 100%, è la scelta che apre un nerissimo dubbio.

C’è come la sensazione che ci sia una sorta di vincolo tristemente legale tra Mtv e gli stuntman, che gli impone di affrontare certe imprese.

Ryan Dunn, in “Jackass : Number Two”, si oppone fortemente ad un’impresa nella quale lui, Bam Margera e Knoxville si faranno sparare addosso 700 pallini di plastica ad una velocità di 152 M/s con una mina 460 Stingmore, e mentre sono a terra doloranti Bam Margera dice “..Sto piangendo. Sono un cazzo di skater e mi sparano..” .

Mi sembra di avvertire una piega decisamente dubbia dello show; del resto sono moltissime le armi non letali che si possono testare su se stessi, ma nei lungometraggi ne sono presenti solo una per film. Appare fortemente come un imposizione della produzione. Aumentare il pericolo per aumentare l’audience, l’intensità dello show.

Spike Jonze che si traveste da ottuagenaria e che mostra le tette essiccate ai passanti, ha tutta un’altra genuinità. In queste imprese c’è un che di meccanico, di prestabilito.

Sempre Bam Margera, che non è certo instabile come Danger Ehren, (quest’ultimo è vittima di uno scherzo atrocemente divertente), nel secondo film mostra uno sfogo di insostenibilità di certe parti Jackass, il che ci fa dubitare seriamente sulla effettiva naturalezza di alcune imprese.

Altri particolari danno adito all’idea di una produzione impositiva; Chris Pontius nella gag “How to milk a Horse” propone di bere lo sperma di uno stallone, in cambio della possibilità di rifiutare di fare qualcosa di peggiore.

Ho cercato delle conferme provando a contattare alcuni membri del cast o le case di produzione dei film, ma purtroppo non ho avuto risposte di nessun genere.

Nonostante questi sviluppi ombrosi di Jackass, nonché le marcissime derive dei componenti del cast i quali, a parte Knoxville che continua la sua carriera di attore, appaiono in progetti successivi di scarso interesse, come Steve-O e Pontius in Wildboyz, o nel tristissimo show MTV Cribs, dove il network ci accompagna a visitare le case delle star, facendoci assistere ad una povertà culturale che dovremmo invidiare, e dove ci mostrano la pantomima di Chris Pontius che dovrebbe vivere in una 4x4. O Bam Margera nel suo “Castle Bam”, un castello finto medievale oltre il kitch, con sale giochi, skatepark e collezione di auto da corsa. Almeno Knoxville non si è prestato a questa nefandezza.
Nonostante tutto questo, quello che conta è il tipo di interpretazione e di eco che è arrivata al pubblico.
Quello su cui è necessario riflettere è che uno show televisivo a tratti geniale, ha prodotto la spinta creativa di cui molti giovani avevano bisogno per uscire parzialmente dalla dipendenza totale, a senso unico e del tutto passiva del rapporto telespettatore – televisione.


Jackass è riuscito proprio in questo, certamente è stato supportato dal web, ma è riuscito soprattutto grazie alla sua esistenziale creatività; esso ha trovato la formula che invita i fan ad intervenire e ad aprire attivamente e consapevolmente un nuovo capitolo, successivo ed indipendente dallo show televisivo e dalla tv in generale.

Se il Rinascimento italiano è durato piu’ di un secolo e la sua onda lunga è ancora in parte respirabile, purtroppo non è cosi’ per il “nostro” Rinascimento, per Jackass appunto, che come altri fenomeni recenti, ci ha portato la volontà di metterci in gioco, di essere parte di un mondo nuovo che possiamo rinnovare ogni volta che vogliamo; ma come ogni serie televisiva, ha un inizio ed una fine, e già si sente che il fenomeno sta passando.

In qualche modo quello che differenzia Jackass dalle sue origini sportive e che ne decide la sorte, è il fatto che lo show dipende quasi esclusivamente dalla sua diffusione (i concetti spiegati prima di diffusione e promozione creativa).

Infatti lo skateboarding come gli altri sport, sopravvivono poiché non utilizzano mediatori per la loro diffusione (se non marginali), anzi la loro promozione creativa è la loro diffusione.

Al contrario di Jackass che senza Mtv non riesce ad essere genere a sé.

Esistono alcune associazioni o gruppi di fan che cercano di creare una scena (in Italia www.jks.forumfree.net ) e di sviluppare Jackass indipendentemente, ma probabilmente proprio per la sua possibile molteplicità di sviluppi delle imprese, esso non puo’ definirsi.

Gli skaters vanno in skateboard, i rollerbladers vanno in pattini etc.., i Jackassers, hanno troppo a disposizione e quindi non riescono ad avere un’identità.

In un certo senso, in un’epoca come la nostra, dove nel giro di poche generazioni, hanno luogo profonde trasformazioni culturali e sociali, è plausibile che Jackass venga sorpassato dopo pochi anni (1999-2006) e la sua eredità rimacinata o sostituita.

Ma per chi ha compreso l’importanza dell’Attività, Jackass resterà come esperienza che ha cercato di svegliarci, in qualche caso con successo, esattamente come resteranno nel nostro bagaglio culturale, tutte le numerose forme di creatività che abbiamo oggi la fortuna e la possibilità di fruire.


This is your new blog post. Click here and start typing, or drag in elements from the top bar.