
La caratteristica tautologica del cinema è la mitizzazione incosciente e irreversibile del soggetto ripreso.
Quello che i film effettivamente producono, al di là di ogni positiva promozione culturale conseguente, è una trasformazione in idolo di ogni singolo elemento presente nella pellicola.
Un qualsiasi sviluppo della realtà viene quindi catturato e riproposto, digerito dalla macchina da presa e rigurgitato dalla proiezione e dalla fruizione di quest’ultima.
Ma come avviene questa mitizzazione e soprattutto, perché questa è la componente vincente del cinema?
La mitizzazione si sviluppa come un processo attivo, al 50% da parte del film e al 50% da parte degli spettatori. Il film proiettato incornicia elementi, azioni, storie reali o comunque concepibili, all’interno di confini culturali che assurgono a ruoli esemplari; cio’ avviene in merito alla nostra necessità, nonché alla nostra volontà, di seguire un riferimento certo, di accettare scientemente una certezza data; e forse qui abbiamo trovato un perchè.
Purtroppo a questa risposta non puo’ che succederne un’altra molto piu’ complessa: perché abbiamo la necessità di un riferimento? Probabilmente perché non ne abbiamo nessuno.
Credo che cosi’ come il Cinema sfrutti questa chiave relazionale con il pubblico, cosi’ lo stesso pubblico sfrutti l’eco mitica delle scene impresse e regalate dalla pellicola.
Sebbene il processo sia tanto banale, abbiamo la certezza che esso generi volontariamente un circolo vizioso, per il quale dalla sala per prima, provenga un approccio al grande schermo di tipo religioso.
Probabilmente parte di questo comportamento ha luogo anche causa delle dimensioni amplificate della realtà cinematografica; non possiamo dimenticare che gran parte delle divinità che sono state realizzate/rappresentate in epoca arcaica (e non solo), riflettono il loro potere in base alla loro dimensione.
Tuttavia nel cinema non c’è un terrore sacro che viene strumentalizzato o che viene subito; avviene invece una scelta concreta e culturalmente attiva.
Credo che sia parte integrante dell’essere umano la necessità di affidarsi ad una credenza; questo si vede dalla creazione delle religioni, fino al suddetto approccio con il cinema e piu’ recentemente con l’utilizzo delle nuove tecnologie.
Queste provocano comportamenti che portano ad una mitizzazione, e che probabilmente si potrebbe qui tradurre anche come realizzazione, nel senso di conferma dell’esistenza della realtà; è riscontrabile nella necessità di vedere affermata la propria esistenza, o l’esistenza di tutto cio’ che ci circonda tramite la copia digitale. Quest’idea si esemplifica in particolare con la fotografia digitale, che ci porta a controllare immediatamente sullo schermo che la realtà corrisponda alla foto appena scattata, o che ci fa andare allo stadio a guardare il megaschermo. In generale abbiamo cosi’ poca sicurezza e fiducia nella realtà concepibile, per cui dobiamo crearne una divina o mitizzata.
Un altro problema di questa mitizzazione è la sua inevitabilità; non c’è modo di fare cinema escludendo questa componente.
Tuttavia è anche vero che se c’è una responsabilità in questo fenomeno, essa è nella distinzione tra propositori e accettori.
Se io fossi un agricoltore e cercassi di vendere i miei prodotti ad un cliente, sarei co-attore con il compratore di una transizione di beni (es. mele per denaro). Se io non cercassi di vendere le mie mele il cliente non le potrebbe comprare, è semplice quanto ovvio.
Ma perché temere la mitizzazione operata dal cinema? In effetti è una sua peculiarità che è anche parte fondamentale della sua magia. La famosa magia del cinema è probabilmente proprio questo; cio’ che subisce il processo attivo di cinematografizzazione diviene mito, esempio proposto.
Questa mitizzazione incosciente ha luogo in qualche modo in tutte le forme d’arte visiva, ma nel cinema, proprio per il suo essere largamente mediatico, questo fenomeno viene estremamente amplificato.
Quello che probabilmente non riesco a puntualizzare e a giustificare, è il ruolo dei fruitori delle pellicole, che pur essendo controparte indispensabile, resta comunque subordinata.
Gli spettatori di una proiezione cinematografica, scelgono coscientemente di vivere un’esperienza reale e attiva assumendo appunto il ruolo di pubblico in sala. Ciononostante è un processo attivo in qualche modo paragonabile all’assunzione di droghe, le quali producono esperienze straordinarie ma certamente non innocue.
Cio’ non significa che la mitizzazione sia nociva, l’operato del cinema non è in nessun modo dannoso, tuttavia essa equivale ad una prostrazione religiosa, ad un’accettazione consapevole di una realtà utopica o divina, che ci offre l’opzione di guardare la luna e non il dito che la indica, anche se il dito è concreto e concepibile, al contrario della luna e della realtà mitizzata dal cinema.
Credo che il fulcro della questione non sia mitizzare o meno la realtà, ma se creare uno spettro dai poteri e le qualità straordinariamente superiori a quelle umane, sia una cosa positiva o negativa.
Dunque produrre un mito da invidiare è un atto che nega la nostra libertà? Il riferimento è un limite? Certo che no, a patto che l’approccio ad esso non sia passivo.
In qualche modo mi viene da pensare che la negazione della realtà, o meglio la sua sostituzione, anche se temporanea, sia controproducente allo sviluppo culturale cosciente dell’intelletto umano.
Se io nego la mia comparità accettando la superiorità ammirevole di George Clooney sullo schermo, in un certo senso divento vittima della mia stessa cultura, e lo scelgo per giunta.
Se dunque si tratta di una scelta, allora il discorso esce dai confini dello schermo e si sposta sulla legittimità di una autosubordinazione da parte dell’uomo nei confronti della cultura che egli stesso ha prodotto.
Dunque cosa distingue la subordinazione culturale da quella religiosa? Probabilmente il processo di ateismo che ha avuto enorme sviluppo negli ultimi cinquant’anni, è solo un processo di sostituzione.
L’uomo ha cosi’ fervente necessità di essere subordinato agli stessi idoli che si è autocreato, che si proclama dio e fedele contemporaneamente.
E allora il significato della realizzazione artistica come affermazione umana? Lo stesso fatto di creare i propri dei non è forse una ulteriore affermazione della capacità creativa dell’uomo?
Teoricamente la produzione di un qualsiasi oggetto fisico o soggetto teorico, è una dichiarazione di identità e di umanità, la creazione stessa è una peculiarità tanto umana quanto è un’agente negante di una divina e superiore capacità creatrice.
Dunque ogni creazione è una dichiarazione di ateismo, ma se la produzione realizzata crea una divinità? Se il cinema rende divina ogni azione in campo, allora essa è un’affermazione atea poiché è umana realizzazione, oppure no?
Credo che la necessità di avere un dio sia forte quanto la necessità di creare ed è per questo che secondo i cristiani dio ci ha creato a sua immagine e somiglianza, poiché egli non ha creato altro che se stesso.
Probabilmente si tratta solo di una sovrapposizione, chi crede nella cultura e chi crede in dio. Allora forse è il caso di indagare cio’ che accomuna le due parti; la credenza, l’affidarsi.
È vero che la fede ha lo stesso carattere di subordinazione e dipendenza da dio che gli intellettuali hanno dalla cultura, ma cio’ che fa la differenza è la totale accettazione passiva di contro alla scelta attiva.
È come se scegliessi cosa credere delle sacre scritture e come farle mie e modificarle a mio piacimento. Questo probabilmente è il vero distinguo tra i credenti e i non.
Percio’ il cinema va abolito in quanto imponente dio che ci allatta? Certamente no, infatti siamo liberi di accettarlo o meno, o in parte come dio.
Credo che allora il problema non sia la libera scelta o la completa passivizzazione, ma invece la necessità di avere un lume da seguire, con le dovute deviazioni e le soste che desideriamo, e cio’ che realmente ci serve è il riferimento.

Cosa centra lo show televisivo Jackass con il Rinascimento? Apparentemente nulla, infatti il Rinascimento nasce in Italia a metà del 1400, Jackass nasce alla fine degli anni ’90 (del ‘900) in California.
Cos’è il Rinascimento lo sappiamo quasi tutti, ma tanto per ripassare, questo viene indicato dagli storici come un periodo di grandissimi sviluppi nelle arti e nelle scienze; un secolo che ha visto espandersi ed evolversi la creatività degli intellettuali.
Ovviamente gli storici, che non si occupano di contemporaneità, non hanno mai parlato di Jackass; ma è impossibile non vedere che quello che Jackass ha dato ad una certa fascia di giovani (tra i 16 e i 30 anni), è stata una spinta creativa fuori dal comune, inusuale certo, ma estremamente ricca di energia.
Con questo show ha avuto luogo una sorprendente impennata di inventiva e di assunzione di ruoli attivi e creativamente produttivi; e questo processo di promozione e stimolazione intellettiva, ricalca, con le dovute sbavature, lo sviluppo artistico Rinascimentale.
Nel 1400 l’alimentazione culturale di origine mecenatica produsse un “push-up” artistico, uno straripamento di creatività.
Come è ovvio, solo i ricchi o i nobili potevano finanziare le varie ricerche culturali, e seppur il numero di questi individui fosse limitato a poche centinaia, queste alte classi assistettero ad un vero e proprio traboccare della cultura che avevano iniziato a nutrire.
Certamente anche se pochi, (o forse proprio perché pochi) essi avevano a disposizione notevoli riserve economiche, ma sappiamo bene che lo sviluppo dell’intelligenza si attua soprattutto grazie allo scambio di idee e concetti tra le persone e che il fattore economico è utile ma non fondamentale.
In particolare è interessante soffermarsi sul patrimonio che abbiamo ereditato: Parliamo di città come Firenze o Urbino, interamente dedicate alla cultura, o di architetture, di scoperte artistiche, scientifiche e ingenieristiche di un valore incalcolabile; il tutto nel giro di poco piu’ di un secolo, coinvolgendo un relativamente ristretto numero di individui e provocando un’onda culturale che ha gettato le basi per molte delle attuali avanguardie intellettuali.
Grazie ai nutriti finanziamenti, questo fiorire artistico incoraggiò tutta una serie di nuovi studi ed invenzioni nel secolo successivo, e permise lo sviluppo di talenti del calibro di Michelangelo, Da Vinci, Sanzio, Botticelli e molti altri nomi noti.
Immaginiamo quindi se questo tipo di incoraggiamento culturale fosse stato aperto a tutta la popolazione, che è quello che fortunatamente oggi possiamo fare in particolare grazie al web.
Forse avremmo vissuto uno sviluppo artistico, letterario, scientifico e tecnico che avrebbe anticipato ogni scoperta di diversi secoli, e chissà quanti intellettuali non sarebbero rimasti nascosti alla storia; e chissà dove e come saremmo noi ora.
In maniera piu’ o meno tangente, Mtv è finita per far eco alla promozione creativa che 500 anni fa la famiglia De’ Medici aveva attuato commissionando le sculture di Michelangelo.
In qualche modo Jackass, grazie alle sue caratteristiche base, grazie al web e ai network, ha assunto il ruolo di fenomeno culturale perché promotore di creatività.
Infatti Jackass ha arricchito lo skateboarding e soprattutto quella “street culture” (che proprio per la sua settorialità esclude il resto della giovane utenza), di una fruibilità a 360°, dove chiunque voglia puo’ esserne parte, senza dover essere necessariamente uno skater, quindi senza dover essere già parte di una preesistente struttura sociale.
È come dire che durante il picco culturale Rinascimentale, tutta la schiera di artisti e di scienziati, si fosse messa ad insegnare e ad invitare a proporre le proprie idee a tutte le persone della città, anziché riservare le proprie capacità tecniche e didattiche solo ai De’ Medici.
Lo skateboarding si circoscrive nella parentesi compresa tra professional skaters e dilettanti della tavola; Jackass, discendendo da questa, ha semplicemente ridotto la focale sulle sue componenti creativa, divertente e pericolosa.
Il passaggio è stato semplice: per essere uno skater devo avere uno skateboard e andarci in giro; per fare del “Jackassing” devo solo essere creativo e coraggioso.
Percio’ laddove il Rinascimento ha sviluppato la creatività degli artisti, Jackass ha foraggiato e stimolato la creatività di tutti i creativi che guardavano lo show in tv.
Bisogna distinguere bene i processi paralleli ma differenti, di diffusione e di promozione creativa.
La diffusione del fenomeno Jackass ha avuto luogo tramite la tv e il web, e questo fattore riguarda unicamente gli stunts ed Mtv (o la Paramount), mentre la promozione coinvolge chiaramente anche il pubblico.
Infatti la caratteristica amatorialità e conseguente genuinità, nonché la possibilità di realizzare delle imprese a casa, sono le condizioni ideali perché il pubblico possa essere parte attiva e soprattutto creativa di Jackass. Chiaramente è da non dimenticare che fare del Jackass, fa sempre pisciare dal ridere.
Certamente il web, che ha permesso la “pubblicazione privata” delle imprese dei fan dello show, ha contribuito in maniera determinante allo sviluppo “home made” del fenomeno, aiutato soprattutto dall’assenza di qualsivoglia regola o filo conduttore tra le varie imprese.
Dopotutto parte integrante del divertimento generato da Jackass, è il riprenderlo con una telecamera; in qualche modo, proprio come i comuni “street sports”, le sfide di Jackass sono realizzate al 50% per il divertimento di “rischiare per divertirsi” (farsi male è quasi fondamentale), e l’altro 50% per mostrare agli altri la testimonianza della propria creatività.
Penso questa cazzata, la faccio per ridere, la filmo e la faccio vedere a tutti per far ridere anche loro. Un processo del tutto simile alla creazione artistica.
Se consideriamo la particolarità degli street sport (che non sono proprio sport ma culture), notiamo come sia basilare nello skateboarding, bmxing e nel rollerblading, la componente creativa nella realizzazione e nella combinazione dei trick.
I trick, le acrobazie, oltre ad essere divertenti, pericolose e fichissime, sono anche un cocktail di abilità tecnica e di creatività.
Quello che lascia veramente a bocca aperta, dei trick “chiusi” (nel gergo “completati”), è l’utilizzo alternativo della città. La sorpresa nel concepire un’architettura in una via mai considerata, un vero “altro” punto di vista.
Infatti le discipline street, hanno la peculiarità di ri-utilizzare gli elementi urbani tramite un processo creativo e consapevole di fruizione differente da quello per le quali scale, corrimano, tetti, muretti e quant’altro, sono stati realizzati; e poiché è un processo creativo, tutti gli elementi urbani sono alternativamente fruibili; un processo che potremmo chiamare “Replyving”.
E da come gli “streeters” ri-vivono creativamente gli elementi urbani, cosi’ Jackass fa dei suoi seguaci degli interpreti della realtà, i quali reinventano gli oggetti di uso comune per farci ridere.
Dunque da dove altro poteva arrivare Jackass se non da questa massiccia dose creativa propria degli sport-culture di strada?
Altrettanto importante quanto la creatività, è la componente pericolosa di questi sport, nonché la possibilità di farsi male, molto male, ma (quasi) mai un male letale.
Infatti anche quest’altra componente è stata fondamentalmente introduttiva nella nascita di Jackass.
Ma biografiamo un po’ Jackass e vediamo quale è l’effettiva genesi del fenomeno.
Padre e star indiscussa dello show è Johnny Knoxville, che ha sostanzialmente creato Jackass cercando di fare il giornalista. Wikipedia ci dice che Knoxville aveva l’idea di scrivere un articolo sulle armi da autodifesa (tra cui una Colt Phyton) basandosi sulla sua esperienza personale, voleva infatti provarle su di sé.
La rivista di skateboard Big Brother, famosa per i suoi articoli al vetriolo, coglie l’occasione e finanzia l’articolo di Knoxville, ma gli propone anche di filmare i test e di ideare altre imprese del genere.
Ben presto Jeff Tremaine, il regista dei lungometraggi di Jackass, Rick Kosick, il cameraman ufficiale dello show, Chris Pontius e Dave England, che lavoravano per la rivista, decidono di inserire gli stunt di Knoxville (nonché i loro) nei video prodotti da Big Brother, trasformando cosi’ Knoxville in una celebrità.
Da qui Mtv propone di trasformare le imprese del cast, ormai ampliato a una dozzina di persone, in uno show.
Jack Ass è il vero nome di Bob Craft, il quale lo ha cambiato legalmente nel 1997 (ottima scelta!).
Quello che piu’ conta della storia di Jackass sono le sue controversie per il gran numero di morti e feriti dovuti alle imitazioni dei fans.
Queste imitazioni, non sono in realtà tali, poiché non esiste nella tautologia di Jackass di copiare un impresa realizzata da un altro.
“Non lo faccio anch’io”, perché cerco invece di arricchire o esasperare un lato della tua impresa; se è pericolosa cerco di aumentarne la pericolosità, se è stupida la stupidità etc ..oppure ne invento un’altra tutta nuova, e sopratutto tutta mia.
La parte fondamentale di Jackass è infatti la creatività con la quale io invento una sfida e la eseguo.
E questo è anche il suo grande merito, l’aver provocato la creatività di coloro che seguivano lo show, i quali (come il sottoscritto del resto), interpretano le varie invenzioni di imprese come “caselle già occupate”.
Si intende ogni bizzarra idea come un’opera unica che, per una legge mai scritta, non è consentito riproporre nello stesso modo.
La volontà di divertirsi rischiando e arricchendo ogni volta di una nuova idea la mia esperienza e quella degli altri, è cio’ che contribuisce a voler essere parte di un fenomeno che ci stimola, poiché ci sprona ad essere creativi, e questo al fine di essere parte di quello stesso fenomeno (un giro completo). E anzi devo sviluppare la mia creatività, devo usare il cervello per fare lo scemo.
Io sono padrone della mia idea e la metto in atto solo per metterla in atto, ed è la genuinità di questo processo che rende unico Jackass. È una grande affermazione di capacità.
Jackass, proprio per il suo essere continuamente rinnovato da una nuova idea, è variegato nei suoi sviluppi, è un cocktail totale: il piu’ comune modus è l’utilizzare inadeguatamente o creativamente un oggetto o una situazione comunemente nota; altri come Steve-O e Chris Pontius giocano con la pericolosità di certi animali; altre modalità sono simili alla Candid Camera, in particolare quella relativa alla spontaneità delle reazioni dei passanti ignari di essere parte di un gioco, ma anche scherzi negli scherzi rivolti ai membri del cast; e infine i test con le armi non letali.
Su questo ultimo punto, personalmente mi sorgono dubbi sul perché e il come.
Infatti se faccio Jackass è per divertirmi, per far divertire, per superare una prova come me stesso o con gli altri.
Quando in diversi spot dei lungometraggi, i protagonisti (Knoxville) si ritrovano ad essere un bersaglio bendato di uno yak incazzatissimo (Jackass: Number Two), è visibile la paura che trasuda ovunque, ma è ancora un limite che si è un grado di accettare; sia per l’esito positivo dell’impresa (Knoxville sopravvive), sia perché uno yak ha tutto il diritto di essere incazzato e se sei nel suo campo è solo un problema tuo.
Ma quando Knoxville si fa sparare nello stomaco un sacchetto di sabbia da un fucile a pompa (Jackass: The Movie), oltre alla sua paura che passa allo spettatore al 100%, è la scelta che apre un nerissimo dubbio.
C’è come la sensazione che ci sia una sorta di vincolo tristemente legale tra Mtv e gli stuntman, che gli impone di affrontare certe imprese.
Ryan Dunn, in “Jackass : Number Two”, si oppone fortemente ad un’impresa nella quale lui, Bam Margera e Knoxville si faranno sparare addosso 700 pallini di plastica ad una velocità di 152 M/s con una mina 460 Stingmore, e mentre sono a terra doloranti Bam Margera dice “..Sto piangendo. Sono un cazzo di skater e mi sparano..” .
Mi sembra di avvertire una piega decisamente dubbia dello show; del resto sono moltissime le armi non letali che si possono testare su se stessi, ma nei lungometraggi ne sono presenti solo una per film. Appare fortemente come un imposizione della produzione. Aumentare il pericolo per aumentare l’audience, l’intensità dello show.
Spike Jonze che si traveste da ottuagenaria e che mostra le tette essiccate ai passanti, ha tutta un’altra genuinità. In queste imprese c’è un che di meccanico, di prestabilito.
Sempre Bam Margera, che non è certo instabile come Danger Ehren, (quest’ultimo è vittima di uno scherzo atrocemente divertente), nel secondo film mostra uno sfogo di insostenibilità di certe parti Jackass, il che ci fa dubitare seriamente sulla effettiva naturalezza di alcune imprese.
Altri particolari danno adito all’idea di una produzione impositiva; Chris Pontius nella gag “How to milk a Horse” propone di bere lo sperma di uno stallone, in cambio della possibilità di rifiutare di fare qualcosa di peggiore.
Ho cercato delle conferme provando a contattare alcuni membri del cast o le case di produzione dei film, ma purtroppo non ho avuto risposte di nessun genere.
Nonostante questi sviluppi ombrosi di Jackass, nonché le marcissime derive dei componenti del cast i quali, a parte Knoxville che continua la sua carriera di attore, appaiono in progetti successivi di scarso interesse, come Steve-O e Pontius in Wildboyz, o nel tristissimo show MTV Cribs, dove il network ci accompagna a visitare le case delle star, facendoci assistere ad una povertà culturale che dovremmo invidiare, e dove ci mostrano la pantomima di Chris Pontius che dovrebbe vivere in una 4x4. O Bam Margera nel suo “Castle Bam”, un castello finto medievale oltre il kitch, con sale giochi, skatepark e collezione di auto da corsa. Almeno Knoxville non si è prestato a questa nefandezza.
Nonostante tutto questo, quello che conta è il tipo di interpretazione e di eco che è arrivata al pubblico.
Quello su cui è necessario riflettere è che uno show televisivo a tratti geniale, ha prodotto la spinta creativa di cui molti giovani avevano bisogno per uscire parzialmente dalla dipendenza totale, a senso unico e del tutto passiva del rapporto telespettatore – televisione.
Jackass è riuscito proprio in questo, certamente è stato supportato dal web, ma è riuscito soprattutto grazie alla sua esistenziale creatività; esso ha trovato la formula che invita i fan ad intervenire e ad aprire attivamente e consapevolmente un nuovo capitolo, successivo ed indipendente dallo show televisivo e dalla tv in generale.
Se il Rinascimento italiano è durato piu’ di un secolo e la sua onda lunga è ancora in parte respirabile, purtroppo non è cosi’ per il “nostro” Rinascimento, per Jackass appunto, che come altri fenomeni recenti, ci ha portato la volontà di metterci in gioco, di essere parte di un mondo nuovo che possiamo rinnovare ogni volta che vogliamo; ma come ogni serie televisiva, ha un inizio ed una fine, e già si sente che il fenomeno sta passando.
In qualche modo quello che differenzia Jackass dalle sue origini sportive e che ne decide la sorte, è il fatto che lo show dipende quasi esclusivamente dalla sua diffusione (i concetti spiegati prima di diffusione e promozione creativa).
Infatti lo skateboarding come gli altri sport, sopravvivono poiché non utilizzano mediatori per la loro diffusione (se non marginali), anzi la loro promozione creativa è la loro diffusione.
Al contrario di Jackass che senza Mtv non riesce ad essere genere a sé.
Esistono alcune associazioni o gruppi di fan che cercano di creare una scena (in Italia www.jks.forumfree.net ) e di sviluppare Jackass indipendentemente, ma probabilmente proprio per la sua possibile molteplicità di sviluppi delle imprese, esso non puo’ definirsi.
Gli skaters vanno in skateboard, i rollerbladers vanno in pattini etc.., i Jackassers, hanno troppo a disposizione e quindi non riescono ad avere un’identità.
In un certo senso, in un’epoca come la nostra, dove nel giro di poche generazioni, hanno luogo profonde trasformazioni culturali e sociali, è plausibile che Jackass venga sorpassato dopo pochi anni (1999-2006) e la sua eredità rimacinata o sostituita.
Ma per chi ha compreso l’importanza dell’Attività, Jackass resterà come esperienza che ha cercato di svegliarci, in qualche caso con successo, esattamente come resteranno nel nostro bagaglio culturale, tutte le numerose forme di creatività che abbiamo oggi la fortuna e la possibilità di fruire.
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“ ..‘My Connection is Open’ è un’iniziativa.
“My Connection is Open” è un progetto di convivenza urbana.
“My Connection is Open” è un’affermazione di collettività, di conoscenza condivisa e di libertà. Oltre a tutto cio’ “My Connection is Open” è anche un gruppo di yankees, tuttavia questo ancora per poco.
Abbiamo già una rete di oltre 1200 hotspot nella sola area metropolitana di New York.
“My Connection is Open” è dunque un’azione prolungata nel tempo, è una scelta critica e consapevole. Un’operazione…”.
Questo è quanto si legge sul blog di Steve Micah, uno degli “starter” del movimento e continua cosi’:
“..In realtà l’idea di realizzare il gruppo aperto “My Connection is Open” era nata dalla volontà di creare un movimento sociale, sviluppato di modo che non costasse quasi nulla appartenervi, in tutti sensi.
L’idea è di far si’ che con un semplice gesto o comportamento, si creasse un’entità collettiva di semplice organizzazione e dai risvolti positivi, che poi sono diventati sorprendenti. Non credevamo potesse avere tanto successo anche se in fondo lo speravamo..”
Dunque che cos’è “My Connection is Open” e in cosa consiste?
In pratica per essere parte del movimento basta avere una connessione wireless, lasciarla aperta, poi si deve stampare o ridisegnare un cartello che riporti il logo del movimento e poi appenderlo alla finestra piu’ visibile dalla strada e il gioco è fatto.
Come ha scritto Micah, è un’operazione molto semplice, ma in realtà ha delle ripercussioni sociali importantissime infatti cosi’ facendo, questi alfieri della rete rendono l’accesso al web gratuito e soprattutto condiviso, aprendo un’ardua battaglia con i gestori delle reti telefoniche, battaglia dalla quale non si puo’ che uscirne vincitori, poiché non è nulla di illegale.
È curioso notare come gli appartenenti a “My Connection is Open” siano persone comuni, con una semplice e spontanea etica altruista, che vede nella condivisione temporanea della propria connessione, un’occasione per crearsi una futura opportunità di rete libera, qualora ce ne fosse la necessità.
“My Connection is Open” opera per la connessione totale dei terrestri web.
La sua nascita si fa risalire piu’ o meno al 2005 e dalla community MiZ di New York.
Steve Micah ha gentilmente risposto ad alcune mie domande sulla genesi del fenomeno.
Steve mi dice che “..il progetto MCiO non è mai stato un progetto o un movimento vero e proprio, è nato spontaneamente, prima da un’iniziativa di quartiere e poi pian piano si è sviluppato in altre zone della città, per lo piu’ per passaparola, e in pratica è ancora cosi’ che avviene la sua diffusione…”.
Gli chiedo che tipo di relazione ci sia tra la condivisione p2p e la condivisone della propria rete, e lui risponde che in larga parte MCiO è una diretta conseguenza dei software p2p e soprattutto dell’approccio alla condivisone che questi programmi introducono, citandomi anche l’Open Source.
MCiO si organizza in due fasi ”.. quella della condivisione della propria connessione e quella della comunicazione materiale tramite il cartello appeso alla finestra...” .
Queste due fasi si incastrano perfettamente l’una nell’altra, perché l’idea di base è quella di supportare i passanti offrendogli la propria connessione, utilizzando effettivamente uno sviluppo digitale ed uno analogico, per un fine fisico.
Mi scrive che si immagina MCiO in uno sviluppo simile all’ “..andare in giro per una città straniera, della quale si è cercato informazioni sul web, ed una volta li’ scoprirla a piedi e all’occorrenza, cercare una finestra con il nostro cartello e connettersi con il proprio laptop.
Una sorta di GPS, ma molto piu’ utile e inserito nel territorio..”.
Gli chiedo cosa accadrebbe pero’ se per esempio, degli inquilini del suo condominio utilizzassero tutti la sua connessione, evitando dunque di pagarla e rallentando molto la sua navigazione, e lui mi dice che mi sono risposto da solo, perché se tutti si connettono ad una sola connessione (non in grado di sostenere diversi computer), questa sarà lenta per tutti e percio’ per tutti di scarsa utilità; nessuno ha interesse a rallentare la propria navigazione, inoltre dice, “..se la mia connessione è, per un caso raro (non mi è mai successo), troppo fruita, posso connettermi tramite la connessione del mio vicino di casa, dall’altra parte della strada, che espone il nostro cartello..”.
Gli chiedo cosa ne pensa del fatto che condividere la propria connessione puo’ essere rischioso, per via dei virus o della possibilità di “visite” indiscrete nel proprio hard disk.
A quel punto si fa serio e io un po’ mi spavento; mi scrive che “..allo stato attuale delle cose i nostri pc sono già cosi’ pieni di Trojan e normalmente sotto controllo, che se uno volesse nascondere qualcosa, prima di tutto non dovrebbe avere un computer, e inoltre è praticamente nulla la possibilità prendere virus, perché ormai è un tipo di attacco telematico cosi’ circoscritto dai normali utenti, che ha senso solo per le case venditrici di antivirus..”.
Quando menziono la tecnologia wi-max, un’antenna che consente una connessione wireless ad altissima velocità e con una portata di 50 km di raggio,mi risponde che se la sua città non farà qualcosa per usufruire di questa nuova tecnologia e per “distribuire” la rete in ogni casa, ci penserà “My Connection is Open”, fissando un centro nel quale posizionare la wi-max e andando di porta in porta per tutta l’area interessata, a fare una colletta per acquistarne una.
Sorge spontanea la mia domanda: “My Connection is Open” esisterà ancora quando la wi-max offrirà a tutti i l’accesso gratuito alla rete, e Steve scrive che non vede l’ora di far finta che “My Connection is Open” non sia mai esistita.
Il rapporto interessante che si genera aderendo a questo gruppo, consiste nel fatto di contrastare l’idea di una navigazione privata, asettica e in comunicazione con altri ma non in contatto.
L’idea che la rete ci separi dalla vita reale offrendoci un piatto virtuale precotto e insapore, ombra o copia malfatta dell’originale, è quantomeno bislacca, fuori dal tempo e incosciente.
“My Connection is Open” ci invita ad essere user della rete e contemporaneamente ad essere passeggiatori e visitatori attenti delle nostre strade, ad alzare la testa per cercare altri hotspotters e infine a condividere cio’ che oggi ha il maggiore valore sociale e culturale, ovvero la fruizione del web.
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Le note soffiate di Tony Guaina rimbalzavano sparse nella stanza vuota. Cosi’ come si affievolivano nell’aria, allo stesso modo si riallineavano nelle nostre teste acquistando una forma netta, sensata e ben precisa; tutto questo attraverso le nostre orecchie, è chiaro.
Un salto da un mondo all’altro, da una situazione all’altra. Come Scott Bakula in Quantum Leap ma all’incontrario; anziché saltare di livello una volta risolte le questioni spazio temporali, si salta quando si è rimasti soli. E si salta veramente in alto.
Quell’aria serale che ci restava sotto i piedi dopo il salto, per quanto imprevista, era di per s’è carica di sapori, sensazioni, rumori, tutti miei, tutti propri di quella profondità incondivisibilmente nostra. Un livello di empatia inusuale.
Erano i primi di marzo e i gradi in piu’ tardavano ad arrivare. Lo stesso valeva per la terra rimasta attaccata alle suole delle scarpe e per l’acqua sulla nostra testa. Una voleva tornare giu’, l’altra avrebbe voluto restare su.
In due costruimmo una serata speciale, discorsiva, intima e colorata del giallo delle luci di una lampada strana. Era una lampada speciale, discorsiva, intima e soprattutto gialla.
Qualcosa di simile alla luce delle candele, ma piu’ presente.
Arrivava da un trascorso in un’altra vita, cioè in un altro tempo intendo; sarebbe meglio dire da un altro mondo.
Cosi’ come la maggior parte delle cose che ci portiamo appresso per compagnia, ci occupano lo spazio che vorremmo per noi, cosi’ le esperienze con le quali regoliamo i nostri auspici, occupano lo spazio che vorremmo lasciare agli auspici stessi. Gli indefinibili confini del fenomeno stesso.
Durante quella cena, del resto tranquilla e contenuta, capii che qualcosa stava funzionando.
<<Posso legarti?>> le chiesi avvolgendole i piedi con il cavo della lampada e senza aspettare che mi rispondesse.
Una sua fragorosa risata mi indusse a pensare a quanto fossimo presenti, o almeno diede un senso alla mia bussola impazzita.
Ci perdemmo sommersi nella nostra intimità. Eravamo veramente sul fondo di quell’oceano che era la nostra esperienza e lei mi disse <<Adoro le case vuote!>>
Col minimo peso di queste parole, saremmo potuti restare ore sott’acqua a guardarci e ad esserci solo per il fatto di esserci; di essere li per noi dico.
Gli orari ovviamente si imposero e da li’ iniziai un viaggio, ma avrei scoperto solo l’indomani quanto breve sarebbe stato.
<<Bic...>>
<<..Bic!>>
<<Svegliati Bic!, è ora di alzarsi…>>
<<..BIIIC!>>
Un rantolo confermo’ che ero ancora in vita.
Nonostante una cena in pieno fondale oceanico, ero sopravvissuto. David Hasselhoff mi aveva salvato. Di nuovo.
<<Buongiorno>> dissi con una voce incatramata e l’alito salmastro.
Era Rufida che mi chiamava; era sempre lei ad alzarsi prima di tutte e borbottando come la tosse di un’auto scassata che non vuole accendersi, avviava la mia giornata.
Del resto io ero sempre l’ultimo a svegliarsi, ma nonostante il carattere pungente di Rufida, sarei stato perso senza di lei.
<<Buongiorno anche a te Margareth>>
Se Rufida, che era il mio cactus femmina, era una sorta di piccola matrona della casa, Margareth, che era invece il cespuglio di margherite, era una riccia mozzafiato, bionda, impertinente e dolcissima.
<<Dormito bene Bic? Ho sentito che ti lamentavi un po’ stanotte.>>
Mentre con la lingua sentivo ancora il sale del mare sulle labbra, dalla cucina Rufida scodellava a tutto spiano preparando la colazione; il primo pieno della giornata.
<<Accidenti che sogno!>> sbottai.
<<Hai sognato quella… quella signorina di ieri?>> disse Margareth stuzzicandomi con un cucchiaino di gelosia.
<<Si...>>
<<Attenta a come parli… >> mi interruppe Rufida sventolandomi sotto il naso una tazzona di caffè.
<<Margy non fare la sciocca… e non preoccuparti di faccende che non ti riguardano>> l’ammoni’, e poi continuo’ <<Comunque non mi piace quella ragazza… …saro’ all’antica ma da noi non è bello che una ragazza esca con un ragazzo piu’ piccolo di lei, non è naturale…>>
<<Andiamo ragazze, è tutto ok, è stata solo una cena innocente. Bontà divina! Ora che mi ci fai pensare Margy, si l’ho sognata, ma era un sogno stranissimo…>>
<<Racconta, racconta >> insistette Margareth. Intanto Rufida fingeva di non interessarsene raccogliendo il giornale dallo zerbino.
<<Ho sognato che ero in una camera con le pareti di legno dipinto, una camera che io sapevo essere la mia camera da letto; aveva circa l’aspetto e i colori di un maneggio di sera; luci gialle, legno consumato e sabbia o terra sul pavimento. Anzi il pavimento non c’èra proprio.
C’erano un sacco di persone, conoscenti che non vedevo da molto, vecchie amicizie ormai dissolte e anche la ragazza di ieri, solo che lei stava su degli spalti in un’altra zona della camera. Ma era li per me. La stanza ormai si era definitivamente allargata a dismisura diventando a tutti gli effetti un maneggio stile rodeo.
Gli ospiti aspettavano me, ed io stavo facendo spazio tra le persone e raccogliendo da terra tutto cio’ che potevo.
Mentre mi dirigevo verso il centro della pista, uno di loro mi disse: << è meglio che distruggi il tuo voto>> e me lo fece bruciare. Non mi disse altro ma capii che temeva ripercussioni politiche di qualche genere.
Dopo questo incontro assurdo, mi posizionai al centro della pista che divenne un lago di fango e spunto’ dal nulla un motoscafo che mi lancio’ una cima. Inizia cosi’ uno spettacolo di sci nautico a piedi nudi sul fango, facendo curve vertiginose e salti acrobatici.. ..dopodichè non ricordo piu’ nulla.>>
<<Che sogno buffo!>> ridacchio’ Margareth.
<<Non saprei>> dissi <<Piu’ che altro curioso.>>
Come ogni mattina prima di finire la colazione, mettevo su un disco di Tony Guaina, il trombettista jazz piu’ importante del mondo, il migliore dei migliori, il mio preferito tra i preferiti.
Avevo una passione congenita per le note di Guaina; mio padre lo conobbe quando ancora ero nella pancia di mia madre. Fu un incontro fortuito, casuale, ma secondo mio padre, fu un imprinting fondamentale.
Qualcuno mi ha pure definito un mitomane, ma non credo di esserlo; certo ho tutti e trentuno i suoi dischi e anche dei bootleg del ’77, quando ancora non era famoso, colleziono ogni sorta di suo gadget ed… ok.
Allora come oggi, le note di Guaina mi davano la carica fino a sera, se non fosse per Rufida…
<<Ogni mattina la stessa musica! Ma non si potrebbe cambiare ogni tanto?>>
<<A me piace >> mi sorrise Margareth.
Ricambiai il sorriso; ormai non rispondevo piu’ ai rimproveri di Rufida, sapevo che non erano altro che attenzioni, e mi faceva piacere.
<<Quando mi farete delle proposte concrete mettero’ la musica che vorrete voi.>>
Tutte tacquero e con soddisfazione attesi la fine del brano per iniziare a vestirmi.
<<Bic, vuoi che ti accompagni in redazione?>> Margareth ci provava sempre.
La prima volta che la incontrai stava uscendo da un vivaio. Mi piacque subito e allora convinsi il signore che l’aveva con se a permettermi di portarla in ufficio, ma il mio collega Gionata, un giornalista sportivo appassionato di collezionismi di ogni genere, non è proprio quello che si direbbe un pollice verde, e quindi ogni volta che dovevo recensire un concerto e stare via qualche giorno, voleva dire rischiare di giocarsi Margareth.
E dunque la portai a casa. Da allora vorrebbe sempre venire in redazione con me, penso abbia un debole per Gio.
La routine del mattino voleva che dopo una lauta colazione a suon di jazz, fosse il momento della barba; rasoio alla mano e sigaretta spenta in bocca.
Intanto Margareth mi leggeva i principali titoli e di seguito le notizie sportive dal giornale appena stampato.
<<Allora, inaugurazione in città di un nuovo centro per dimagrire..>>
<<Wow! Mitico!>> faccio io <<È uno di quei luoghi dove si va seduti in auto per correre stando fermi? >> ammiccai a Margy che appoggiata alla porta del bagno ricambio’, ma senza togliere gli occhi dal giornale.
<<No>> disse <<è un centro benessere, sai, saune, fanghi, lampade, cose cosi’>>
<<Ciccie bonze al vapore>> pensai.
Margareth doveva aver colto il mio cattivo pensiero dalla mia faccia bianca per metà, perché questa volta rise guardandomi.
Ogni tanto capitava che Margareth ti guardasse con certi occhi, quelli che ti toccano e ti fanno vibrare come se avessi un diapason nel petto. Cosa spiacevole visto che non ero mai stato un asso nel duetto lama-faccia.
Era terrificante; i capelli di Margy spumeggiavano e la trovavo adorabile quando se li spettinava grattandosi la nuca col culo della matita. Per non parlare di quello sguardo perso tra le righe del giornale, come se non riuscisse a mettere a fuoco o come se stesse leggendo col terzo occhio; con la mente intendo.
<<Altre notizie di vitale importanza?>>
<<Sbruffone>> mi ammoni’ <<dunque: no, no, stupidata, inutile, incredibile!>>
<<Cosa? Mexican Lardo fa la promozione del centro benessere?>>
Rise, rise forte e io con lei, e mentre mi compiacevo della mia idiozia mattutina, mi sciacquai i residui di schiuma dalla faccia e mi asciugai il viso.
Stavo ancora ridendo mentre l’asciugamano scivolava dalla mia faccia, quando mi accorsi che Margy era seria. Paurosamente seria.
<<Hey, che succede?>> le chiesi.
<<Questa la devi leggere tu>> mi disse sommessa.
“La leggenda del jazz Tony Guaina in fin di vita” titolava l’articolo in quinta di pagina.
“Il grande trombettista jazz Tony Guaina è stato colpito da un infarto la scorsa notte nella sua casa in Toscana” deglutii a forza ma continuai a leggere, “i medici sono incerti sulle condizioni del paziente che appaiono comunque gravissime”.
Tentai di raccapezzarmi in qualche modo.
Uscii dal bagno senza guardare in faccia nessuno, neppure Rufida che mi guardava dritto negli occhi, come per scusarsi di aver mancato di rispetto a Tony Guaina. Penso si riferisse ai suoi soliti brontolii. Io non vi diedi peso e mi sedetti di fronte al suo poster gigante che come in un altare, vestiva la colonna tra le due finestre ad arco.
Entrava luce, molta luce, il sole stava ancora salendo ma inarrestabile già ficcava i suoi raggi nella stanza. Guardai Margareth e poi Rufida, erano accanto alla fucsia, all’orchidea e al basilico. Quella luce dava forza a tutte loro. Le rinvigoriva e il gelsomino a destra, sempre in disparte, sembrava essersi accorto che il clima era cambiato e si era armonizzato sugli sguardi delle mie piante, le quali provavano piu’ dolore per me che per Tony Guaina. Il grande jazzista che non avevo mai potuto intervistare ne’ conoscere stava morendo ed io, il suo piu’ grande ammiratore, non avevo nessun potere di cambiare le cose.
Misi su Black Mountain, il suo disco del ‘79, mi aiutava a pensare.
Suono’ per un po’; lo sentii in vita.
Ad un tratto balzai in piedi. Tutto mi era chiaro. Sapevo cosa fare.
Avrei dovuto incontrarlo finchè in vita anche solo per stringergli la mano. Dovevo trovarlo; lo dovevo a mio padre, a me stesso e anche allo stesso Guaina.
Uscii sbattendo la porta e senza salutare, sentii solamente la voce di Rufida che spegnendosi diceva <<Mi dispiace..>>
Mentre correvo infilandomi la giacca pensai al Battle Plan, ovvero le cose da fare.
La prima cosa era correre in redazione.
La sede de “Lo Steno”, il mensile di quart’ordine per il quale scrivevo, era in una zona periferica a est della città. Non era lontana da dove dormivo, percio’ ci andai di corsa anche se generalmente prendevo il tram; il 31 era il mio.
L’edificio che ospitava la redazione era ad angolo di uno dei piu’ vecchi quartieri. Benché la città avesse antiche origini, essa non si era sviluppata attorno al centro originario della sua fondazione, ovvero l’area triangolata dalla mia redazione, dalla Holtz Bank e dalla stazione ferroviaria.
Difatti se la città vera e propria era nata intorno alla metà del ‘800, era solo dopo il 1920 che si creo’ un nuovo nucleo decentrato a ovest e ad oggi, questo si era talmente allargato da rendere il vecchio centro desueto e periferico.
Arrivai di fronte alla redazione e mi fermai sul bordo del marciapiede a prendere fiato.
Diedi uno sguardo abitudinario alla facciata. Essa si presentava maestralmente in uno stile vittoriano, di sicuro scopiazzato e riarrangiato secondo le necessità, non ultime quelle economiche.
Inoltre era piena di bozzi per l’umidità che aveva gonfiato il legno; bolle di lacca secca che i ragazzini si divertivano a far scoppiare picchiandoci sopra con le dita. Le fondamenta dell’edificio e le pareti portanti erano in muratura, ma l’esterno e le sezioni interne erano invece di legno smaltato, fradicio di storie raccontate e ancora da raccontare.
Dopo la guerra era stato recuperato e ricostruito in maniera quasi identica a come era prima, utilizzando travi e mattoni riciclati dalle macerie del resto della città.
Fu il primo edificio ad essere restaurato perché prima ospitava il municipio.
Mano a mano che la lacca verde si staccava dalla facciata, questa si ricolorava delle variopinte vernici di cent’anni fa che stavano ancora là sotto. Lo trovavo fantastico. Una specie di “Ritorno al futuro”.
Mi accesi una sigaretta ed entrai.
La porta girevole cigolava come se ad ogni giro si strangolasse un agnello. Porgy and Bees pensai.
Salii le scale tre alla volta, ansimante e con la camicia fuori dai calzoni, mi diressi dritto verso l’ufficio di Gezebele.
Gezt era la segretaria generale de “Lo Steno” e gestiva, oltre a tutta la corrispondenza del giornale, gli archivi dei soggetti, faceva la contabilità, correggeva le bozze e gestiva l’ufficio oggetti smarriti, che poi era sempre quello. Se avevi bisogno di qualcuno che potesse darti un’informazione precisa su qualcun altro, lei era la donna giusta.
Getz sembrava non essere mai uscita dal suo ufficio, che poi era una scrivania che faceva da spartiacque tra te e migliaia di scatole, scaffali, cartelle e archivi; se non fosse per il fatto che ogni tanto sentivo il rumore dei suoi tacchi, non avrei potuto dire se avesse le gambe oppure no. L’eterna mezzo busto.
Aveva una pelle alabastrina, candida e le manine di ceramica morbida, piu’ bianche che rosee, lasciavano pensare ad una pianista rimasta incastrata dietro quella scrivania.
Il contrasto tra il suo viso e i suoi capelli neri e mossi, si fece piu’ netto quando distolse lo sguardo dallo schedario (e non lo distoglieva mai), come per interrogarmi sul perché volessi sapere l’indirizzo dell’abitazione di Tony Guaina.
Conoscevo Getz da diversi anni ormai, del resto era già li’ da un pezzo quando venni assunto come giornalista. Sapeva benissimo della mia passione per il jazz e in particolare per Guaina e bucandomi con uno sguardo da Jessica Fletcher mi disse <<Ha letto il giornale non è vero?>>
Torno’ a sezionare gli schedari attraverso la sua montatura anni sessanta color corno e con due brillantini su ogni spigolo degli occhiali.
Feci una profonda e lenta tirata di sigaretta e il fumo mi copri’ il volto per pochi secondi, quanto bastava per infondermi un po’ di coraggio. Facevo scorrere tra le dita della mano sinistra la sigaretta ormai quasi finita e sentivo il fumo caldo sibilare, infilandosi nella mia manica.
<<Si>> risposi
<<Devo trovarlo e rendergli omaggio per quello che ha fatto..>> cercai di giustificarmi.
A quel punto successe una cosa che non mi sarei mai aspettato. Un evento. Gezebele si tolse gli occhiali, si alzo’ in piedi, notai con piacere il suo bel culo, mi guardo’, estrasse una stilografica in oro e radica da una taschina sotto la sua giacchetta blu, scrisse su un foglietto l’indirizzo del grande jazzista e mi disse <<Digli che l’ultimo album mi ha fatto schifo.>>
Ero a metà tra l’attonito e il compiaciuto. Ero sorpreso, felicemente sorpreso di scoprire dopo anni di lavoro nella stessa redazione, una passione comune con una collega e soprattutto, una complicità.
Indietreggiai come si usa dinanzi ad un imperatrice ed uscii senza voltarle le spalle.
Con un sorriso da ebete osservavo la calligrafia darwiniana di Getz; il contrasto dell’inchiostro nero sbavato sul foglietto giallo, correva parallelo al contrasto tra la mia idea di lei e cio’ che invece aveva fatto per me.
Attraverso il vetro della porta la osservai furtivamente ancora per qualche secondo.
Poi mi diressi verso l’ufficio di Ariel, il direttore.
Scontrarsi con Ariel era una prova per la mia integrità morale.
Chiedergli un permesso per partire e per trovare il grande jazzista era una richiesta insolita, ma le mie doti da girafrittata, forse mi avrebbero aiutato. Tuttavia, nel caso non mi avesse dato l’ok, o perdevo il lavoro o perdevo Guaina e l’ultima occasione di incontrarlo.
Sebbene Ariel fosse il capo, ero meno intimidito da lui di quanto lo ero di Gezebele. Ed aver vinto con lei mi faceva ben sperare. Ma forse mi aveva lasciato vincere.
In ogni caso affrontarlo sarebbe stata una grande affermazione di capacità.
Ariel era un tipo basso, piedi enormi e braccia troppo lunghe per la sua statura.
La sua calvizia era compensata da una barbetta bianca e ispida.
Era il tipo dalla battuta facile e dalla risata grassa e sonora; ogni volta che rideva (troppo spesso), si dondolava sui talloni sporgendo la panza da forte bevitore.
Lo si sentiva smascellare risate per tutta la redazione, ma la cosa peggiore, era il ghigno satanico dal quale mostrava un ponte d’oro tra due molari. Questi erano costantemente imbevuti di schiuma salivastra e legati da un disgustoso filo di bava bianca.
Aveva molta esperienza come direttore di giornale, aveva lavorato per le amministrazioni di grandi testate, ma quando per aver perso una causa su dei diritti di acquisizione, spacco’ la faccia al suo avvocato, gli furono chiuse tutte le porte.
Non si diede per vinto e raccimolo’ in breve tempo nuovi e sinistri finanziatori e fondo’ il suo giornale, dal quale “nessuno di quei fottuti bastardi potrà buttarmi fuori”, come amava ripetere ogni volta che si tornava sull’argomento.
Del resto queste sue grottesche e sgradevoli caratteristiche non facevano altro che farmelo piacere di piu’. Lo temevo, come lo temevano tutti, sia per il suo carattere irascibile che per la saliva che puntualmente inzaccherava le bozze degli articoli; ma in fondo questo mi faceva sentire come un personaggio di “Prima Pagina“, e il mio direttore ricalcava bene il grande Matthau.
Prima di bussare sul vetro della porta, guardai la scritta che sovrastava l’ingresso: “My empire of dirt”.
Trovavo curiosa una citazione tanto colta da un burbero come lui e la cosa mi piaceva.
Feci un respiro cercando una sigaretta che non avevo. Bussai.
<<Avanti>> tuono’ il capo.
<<Bic !, oggi solo venti minuti di ritardo! Non sapevo fosse il mio compleanno!>> rise mostrandomi l’orripilante ponte.
<<Salve capo, sono qui per proporle un articolo bomba, la notizia del giorno…>> dissi sfoderando le mie tecniche di imbonimento.
<<So già cosa vuoi chiedermi. Lo sanno tutti in questo fottuto ufficio..>>
<<Ma come fa…>> non finii la frase e pensai che forse Getz gliene avesse già parlato, ma erano passati troppi pochi munuti da quando avevo lasciato il suo ufficio e dunque scartai l’ipotesi.
<<Lo abbiamo letto tutti il giornale!>> Ariel si interruppe. A lunghi e pesanti passi si diresse verso la porta e spalancadola grido’ <<E la cosa mi fa incazzare a morte! Lavorate tutti qui e comprate i giornali della concorrenza!>> sbattè la porta facendo chincagliare le veneziane contro il vetro.
L’aria spostata dal suo violento gesto mi fece socchiudere gli occhi e sventolo’ i lembi della mia giacca.
Feci un passo indietro.
<<So bene cosa vuoi Bic>> continuo’ Ariel con un tono di voce molto piu’ civile.
<<E sono d’accordo, solo che non so come vuoi agire>> fece una pausa ansimante e attese la mia risposta.
<<Ecco la mia idea sarebbe quella di intervistare Tony Guaina prima che... prima che muoia, e sulla base di questa intervista scrivere un 1200-1300 parole o anche di piu’, per celebrare questa grande leggenda del jazz.>>
Ariel guardava pensoso nel vuoto e annuiva.
<<Quindi hai intenzione di trovarlo?>> mi chiese sfregandosi la barbetta con il palmo della mano.
<<Si, ho recuperato il suo indirizzo…>>
Mi interruppe di nuovo <<Si lo so che Getz te l’ha dato>> I miei dubbi sull’affidabilità di Getz vacillarono.
Fece una pausa che mi sembro’ un’eternità.
<<Va bene Bic, pubblicheremo un pezzo che farà epoca, dacci dentro con l’atmosfera, voglio le sue ultime parole sul letto di morte>> e comincio’ a sparare una serie di esempi trucidamene freddi. <<L’aria grigia della camera dell’ospedale, il silenzio che precede la morte, il battito debole come un dolce e languido blues, il ritmo a cui dava vita suonando, è ora il suono delle macchine che lo tengono in vita… e via dicendo, sai bene come fare.>>
<<Dunque parto? Posso andare?>> non credevo alle mie orecchie.
<<No, non puoi andare, Devi andare!>> tuono’ gridandomi in faccia.
<<Se non ti sbrighi ci muore da un momento all’altro e se torni senza avere l’intervista puoi considerarti licenziato! E adesso fuori dai coglioni!>>
Corsi piu’ spaventato che eccitato, tanto che quasi mi arroccolavo giu’ per le scale.
Solo la porta girevole mi rallento’, ma giusto per darmi lo slancio per uscire al volo e andare a fare i bagagli.
L’euforia della notizia porto’ nuova aria in casa, dove ancora si respirava quella che avevo lasciato poco piu’ di un’ora fa.
Feci i bagagli raccattando vestiti a caso, salutai Margareth con un bacio schioccante sulla guancia e baciai anche Rufida che mi disse solo <<Non hai niente di elegante da metterti per incontrare il sig. Guaina. Dovresti comprarti un vestito.>>
Li’ per li’ non ci pensai. Nella testa mi suonavano solo le parole di Ariel che mi intimava di andare e trovare il grande jazzista.
Ma mentre correvo verso la stazione, attraverso i portici dell’isolato, mi balzo’ in mente quanto Rufida avesse ragione.
Inchiodai di fronte ad “Augusto Radaelli Sarto Professionista”.
Correvo tanto che dovetti sbracciare per frenare la scivolata che stavo facendo sul porfido. La valigia di cuoio vergine mi scivolo’ di mano e rotolo’ a terra.
Augusto era un vecchio amico di mio padre. Lo conoscevo bene e sapevo che se avessi avuto bisogno di un vestito in tempi record, lui poteva fare al caso mio.
Era un negozio molto antico, aveva ancora la vetrina incorniciata nel legno e vendeva solo vestiti su misura.
Mi aggiustai la camicia e la giacca scompigliate dalla frenata ed entrai.
La campanella attaccata alla spirale di metallo dietro la porta, suono’ pontificando il mio ingresso.
La sartoria di Augusto era quel tipo di negozio che, sebbene molto affabile e dal clima amichevole, dava l’impressione di non poter parlare con un tono di voce troppo alto. Una sorta di sacralità storico-professionale. Allora a bassa voce salutai Augusto che era impegnato con una cliente e percio’ mi fece cenno di aspettare un secondo.
Congedata la vecchietta anni trenta, si diresse verso di me con le braccia allargate e un sorrisone.
<<Bartolomeo!>> odiavo essere chiamato con il mio nome di battesimo. La sua voce roca da fumatore di pipa, ruppe il silenzio monastico e cambio’ la temperatura del negozio.
<<Come stai? E che fai? Lavori sempre allo “Steno”? Ma quando lo lascerai quel posto?>> Augusto era il tipico compagnone che ti tempesta di domande e non ti lascia rispondere. Difatti prima che potessi farlo, grido’ verso il fondo del negozio <<Ragazze! C’è Bartolomeo!>>
Augusto Radelli era genitore con Ottavia, la prima commessa, di ben cinque figlie, che dalla piu’ grande erano: Nicoletta, Oriana, Emma, Luciana, e la piu’ piccina Erica. Tutte sarte. Tutte belle.
Dalla porta in fondo al negozio, si senti’ una serie di ruzzoloni e piedini che scalpitavano.
In un attimo erano tutte attorno a rifarmi le stesse domande e a non badare alle risposte.
Per ultima arrivo’ Ottavia, la moglie di Augusto, che mise un po’ di ordine nella ciurma.
Ottavia era di una bellezza ieratica, disarmante ed estremamente nobile. Era evidente che le sue figlie erano soprattutto frutto del suo impegno piuttosto che di quello di Augusto, sebbene avesse chiaramente fatto la sua parte.
Ottavia, con il suo tono calmo, mi chiese a nome di tutto il gruppo come mai ero passato a trovarli.
<<Vorrei un vestito>> dissi sommesso.
<<E sei nel posto giusto!>> annuncio’ battendo le mani Augusto.
E continuo’ <<E come lo vuoi? Per cosa ti serve? Non ti starai mica sposando? E chi è la fortunata ?>> appena ci fummo allontanati a braccetto dagli altri, mi disse <<Fidati di me, non ti sposare! È una trappola! Le donne iniziano ad invecchiare appena sposate! Fattene piu’ che puoi, ma mi raccomando, alla larga dalle mie figlie!>> e rise battendo ancora le mani.
<<Allora dicevi che volevi un vestito?>> mi incalzo’ Ottavia portando con se’ le sue cinque grazie.
<<Si, devo incontrare una persona molto importante che forse sta morendo e vorrei rendergli omaggio presentandomi vestito elegantemente.>>
Non so perché, ma parlare con Ottavia mi metteva a disagio. Era il tipo di signora che ne ha vissute tantissime e ormai nulla la scuote piu’; con una tranquillità assordante si comportava e ti osservava come se sapesse perfettamente che cosa stessi per dire, o addirittura per pensare.
Augusto appena udite le mie parole, battè le mani due volte e disse <<Ragazze, bisogna preparare un vestito per Bartolomeo e bisogna farlo subito>> battè nuovamente le mani <<Emma, chiudi la porta del negozio, per le prossime ore siamo aperti solo per Bartolomeo!>>
Delicatamente, mi trascinarono in una saletta piu’ interna e mi fecero sistemare sopra una specie di podio, davanti ad un grande specchio.
Mi tolsero la giacca che spari’ del tutto, tolsi scarpe e calzoni. La famiglia Radaelli al completo, era totalmente concentrata sul mio modo di indossare il pervinca piuttosto che il grigio gessato.
Sotto l’occhio vigile ed estremamente abile di Ottavia, tutto il team di sarte si muoveva con un ritmo frenetico.
Augusto mi misurava ovunque, Erica portava stoffe su stoffe da farmi scegliere, ma poi decideva sempre e comunque Ottavia. Le altre portavano, spilli, metri, imbastiture e commentavano ad ogni spillatura di Augusto.
Io mi guardavo allo specchio. Mi sentivo una statua vivente in metropolitana. Su un piedistallo e con una fiumana di gente che mi passa sotto.
Sebbene non fossi del tutto immobile, il contrasto tra i miei minimi movimenti e invece il vortice delle cinque Radaelli, mi faceva sentire come fossi in slow-motion, oppure sulla luna. Gravità a 1/6.
Nello specchio enorme, che specchiava tutto oltre me, alcune macchie di ossidazione dell’acciaio attirarono la mia attenzione. Erano in alto a destra, appena affianco al girale in legno che decorava e incorniciava la scena. Erano voglie grigiastre su un mondo a colori.
Mi guardai. La panzetta che spingeva in fuori una camicia perfettamente bianca, inforcatami da Augusto pochi secondi prima, mi dava quel tocco da ubriacone che, ad essere sinceri, non mi spiaceva affatto.
I capelli neri e cortissimi, folti come uno spazzolino, accentuavano i mie lineamenti piuttosto severi. Le rughe da tardo trentacinquenne, incorniciavano degli occhi glaciali, che svettavano dal mio metro e ottanta. Inoltre ero ancora piu’ in alto per via del podio ed Erica, la piu’ giovane delle figlie, mi sembrava ancor piu’ minuta da quella distanza mentale, psicologica.
Osservai di nuovo la mia testa tonda, notai qualche capello bianco inaspettato e mano a mano che me ne accorgevo, ne trovavo sempre di piu’!
La cosa non è che proprio mi lascio’ indifferente, ma neppure mi scosse.
Vacillai un momento perché erano già passati quasi 40 minuti da quando ero sul podio e i Radaelli lavoravano senza sosta. Lo trovai impressionante e a tratti anche spaventoso.
Giunse finalmente il momento in cui potei scendere e sedermi. L’equipe di sarti aveva realizzato in poco piu’ di due ore, un vestito grigio gessato che mi calzava come un guanto.
La pancetta era perfettamente camuffata dalla giacca che mi alzava le spalle, ed aveva una abbottonatura molto alta, circa fino a metà del petto.
I pantaloni erano perfetti per i miei mocassini neri alla Michael Jackson (ai tempi di Thriller).
La piega a filo di lama sezionava i miei passi rendendoli molto piu’ complessi e sofisticati.
Se è l’abito che fa l’uomo, piu’ abito c’è, meno necessita l’uomo.
Era magnifico, mai stato piu’ elegante e comodo nello stesso momento. Il mio stipendio mi aveva sempre orientato su modelli dozzinali, tipo giacche foderate di cartone e cose del genere.
Ma ora, per Tony Guaina in fin di vita, era mio dovere essere elegante. Una sorta di filosofia vuole che ci si debba vestire al meglio possibile per allietare le altre persone, regalando loro una bella immagine di noi.
<<Et Voilà!>> Grido’ Augusto schioccando per l’ennesima volta i palmi.
<<Perfetto e in tempi da formula uno!>> Tutti risero ma nessuno smetteva di guardare come cadeva la giacca o l’orlo dei pantaloni.
Ringraziai calorosamente e quando feci per pagare Ottavia mi disse <<Tut, tut, tut>> come dire no, no, no, <<Quando tornerai>> e mi fece gesto di mettere via il portafogli.
<<Aspetta!>> grido’ una delle figlie.
<<Non hai il cappello!>>
Tutti annuirono e decisero per me, che era fondamentale per concludere l’opera.
<<Un vestito senza cappello, è come un inglese senza l’ombrello>> dichiaro’ Augusto.
Mi condussero in un piccolo stanzino che pareva di piu’ un armadio molto grande, ed esposti su una mensola senza inizio né fine, una schiera di cappelli da uomo di ogni forma e colore. Una varietà impensabile.
Mi stupii molto quando Ottavia sorridendo mi chiese <<Quale vuoi?>>
Mi trovai del tutto spiazzato e del resto incapace di decidere da una cosi’ vasta scelta.
Mi piaceva l’idea del cappello. Solitamente non lo portavo, ma ho sempre pensato che il cappello fosse qualcosa di piu’ complesso di un semplice riparo per la testa; per questo mi affascinava. Forse l’idea arcaica del copricapo tipo Toro Seduto, aveva ancora una qualche influenza su questo tipo di accessorio. Forse questa idea del cappello come segnale evidente di una differenza , era presente in una qualche dinamica sociale. Ho sempre pensato che ci fosse chi puo’ portare il cappello e chi no. C’è chi lo porta e portandolo si completa, e chi lo porta ed risulta invece pretenzioso.
Ad un certo punto pensai al mio ruolo, o meglio, a quello che stavo per fare; dovevo affrontare un lungo viaggio, una corsa contro il tempo per fermare, in quello stesso tempo che rincorrevo, gli ultimi momenti del grande Tony Guaina.
Pensai al mio viaggio come ad una crociata. Nessun cavaliere puo’ partire senza un elmo.
Fiero del pensiero, avanzai di qualche passo osservando i vari copricapo, toccandone alcuni, accarezzandone altri.
Ottavia era rimasta sul ciglio della porta e mi osservava compiaciuta, come per garantirmi l’intimità della scelta.
L’ocra delle pareti faceva un gran contrasto con alcune tube laccate e proprio mentre ridevo pensando a “Cheek to Cheek”, vidi dietro a queste un Borsalino.
Allungai il braccio per prenderlo e riuscii a raggiungerlo solo con la punta dell’indice e dell’anulare.
Nell’allungarmi dovetti voltare la testa verso Ottavia che ancora mi osservava, ma non fece un passo per aiutarmi. Lo trovai curioso. Assisteva alla scena come quando si osserva un bambino aspettando che scopra da solo la soluzione. Toccai il cappello e dopo averlo preso sentii la morbidezza finissima del feltro. Lo portai al petto e lo guardai da piu’ punti di vista. Soffiai sulla tesa e volo’ una nuvoletta di polvere. La finezza della scamosciatura mi ricordava la buccia delle pesche, solo ancora piu’ fresca. Guardai l’interno <<E’ di lepre>> dissi guardando verso Ottavia. Lei ancora mi sorrideva.
<<E’ un cappello molto vecchio>> mi disse avvicinandosi e prendendolo dalle mie mani, gli tolse il giro di cartone che proteggeva l’interno.
Me lo riconsegno’ e lo guardai ancora meglio. Tanto piu’ lo studiavo e piu’ mi piaceva. La cintura di stoffa che girava attorno alla tesa color crema, era lilla con i bordi verde scuro. Crema, lilla e verde militare <<Tutti ottimi colori>> pensai.
Sulla sinistra, piegava la striscia lilla, una piccola asola con ricamata la parola “Wait”.
Ottavia capi’ che avevo scelto e me lo mise in testa dicendo <<E’ un modello raro, ne fecero non piu’ di qualche centinaio per quei ricchi americani che dopo la guerra, arrivarono fin qui a fare affari.>>
Uscii dallo stanzino con il cappello in testa e un sorriso di compiutezza stampato in faccia.
Tutta la famiglia apprezzo’ la scelta e dopo poco ero di nuovo in strada verso la stazione.
Il nuovo Bic riprese la corsa, ma questa volta piu’ moderata per paura di sudare troppo dentro la nuova confezione.
Giunsi in breve tempo alla stazione centrale.
Era un edificio molto vecchio e per un motivo sconosciuto era completamente in travertino; fatto molto strano considerato che nella zona vi erano importanti e molto sfruttate cave di miche e di porfido. Ricordo quando da bambino raccoglievo dal letto del fiume delle lastrine di miche e con una foglia sopra fingevo di mangiare ostriche.
La stazione non era molto grande, ed ormai il travertino era fortemente ingiallito e in quasi tutti gli angoli, era ingrigito di smog e sporcizia.
Ciononostante l’interno, che era un ampio salone con un’unica biglietteria, era pulito e tanto piu’ lucido, quanto brillava sui suoi due fronti. Era difatti illuminato dalla luce colorata di una vetrata a nord e dalla luce artificiale di un grandissimo orologio fermo da sempre. Era uno di quegli orologi talmente complessi e costosi da riparare che si era optato invece per uno digitale, posto appena sopra la bacheca degli orari. Dimenticando cosi’ la maestosità per il quale lo si era voluto.
Mi affrettai verso l’orologione e giunto al vetro del bigliettaio, gridai dentro il buco tondo <<Un biglietto sul primo treno per Milano.>>
<<Il primo è solo alle 18:13>> disse l’uomo con un tono di voce in ritardo.
Guardai l’orologione. Le 12:19.
Guardai l’orologio digitale. Le 17:14 .
<<Va bene quello>> dissi.
Pagai e mi diede un sacco di spiccioli di resto. Odiavo gli spiccioli.
Li cacciai in tasca e mi avviai verso la sala d’aspetto, che non era niente altro che un gruppo di sei panche, sempre di travertino ingiallito, ma questa volta lucidatissimo dai culi che si alzavano e si sedevano in continuazione. Erano disposte in due file da tre e tre, di modo da creare una zona conviviale interna.
Poggiai la valigia di cuoio sull’estremità destra della panca e mi sedetti girato verso l’esterno.
In quello stesso momento sentii un suono curioso, inappropriato per una stazione. Un miagolio.
Mi voltai per vedere da dove arrivasse, ma non vidi nessun altro all’infuori di Massi detto “ragazzo”, il barbone della città. Un brav’uomo con un po’ di problemi di alcool. Beh, con anche un sacco di altri problemi, ma era un buono. Lo salutai da lontano con un cenno, lui brontolo’ qualcosa, o forse era un rutto, e con un sorriso compiaciuto mi mostro’ i denti gialli e marci.
Gli regalai qualche spicciolo e ognuno ando’ per la sua strada. Io restai seduto veramente.
Le monetine mi suonavano ancora in tasca. Di nuovo quel miagolio.
Questa volta non ci feci piu’ caso, lo sentii ma non ci badai.
Mi tenevo la testa tra le mani, continuavo a sfiorare i lati cappello morbido foderato in lepre, ma cercavo di non esagerare per timore di sporcare lo splendido color crema. Alzai un attimo la testa e vidi proprio di fronte a me una luce. La luce abbagliante di un distributore di merendine. La sua voce era troppo dolce per resistergli.
Scossi la coscia sinistra e feci suonare di nuovo i centesimi, come per rispondere al richiamo d’amore del distributore in calore.
Posai il cappello rovesciato sulla panca e mi diressi verso il monolito rosso e lucente.
Mentre percorrevo quei pochi passi, un altro seducente miagolio mi fece fermare un secondo, per poi riavviarmi subito. Mi scaricai le tasche e mentre pompavo spiccioli in cambio di patatine e m&m's, suono’ ancora nell’aria il verso del gatto. Questa volta fece eco in tutta la sala.
Tornai a sedermi e voltai lo sguardo verso l’orologio digitale che mi diceva di aspettare ancora.
Senza guardare presi il cappello con la mano sinistra e notai al tatto che era molto piu’ pesante.
Mi voltai di scatto e trovai una sorpresa che quasi mi fece venire un infarto.
Dentro il cappello c’era un gatto!
<<Che cazzo!>> gridai.
Il gatto mi guardo’ per un momento e poi rovescio’ la testa sottosopra e stiracchiandosi continuo’ a leccarsi una delle zampe.
Sul momento mi spaventai tanto che la valigia cadde dalla panca.
La raccolsi e me la misi tra le gambe.
Il primo pensiero fu senz’altro per il mio nuovo e rarissimo Borsalino, il quale non era certo una cuccia per felini.
Allora allungai una mano per cercare di rovesciare fuori il quadrupede. Appena in prossimità della visiera il micio mi battè con una zampata sulle nocche. Non fece per graffiarmi, era piu’ una stilettata per indurmi a riprovarci.
Tentai di aggirarlo provando ad arrivare da dietro ma anche questo tentativo fu vano. Allora provai a scuotere il cappello di modo che si allontanasse da solo, ma ottenni solo un suo sguardo sopito.
Alla fine di una lotta ingaggiata in pochi minuti, stavamo giocando. In questo tira e molla notai che il gatto era invece una gatta e aveva un brillantino attaccato al pelo. Era grosso circa come una lenticchia e penzolava da uno dei suoi lunghi baffi.
La signorina che non aveva la minima intenzione di lasciare il mio costoso cappello, era una gatta europea dal pelo corto, foltissimo e rosso. Aveva delle striature piu’ scure che erano piu’ marcate sul collo e all’attaccatura delle zampe.
Aveva un nasino impercettibile e rosa confetto. Il musino era bianco come era piu’ chiara la pancia e la punta delle zampe anteriori.
Sulla fronte il contrasto tra le striature rosso chiaro e quelle scure era molto piu’ netto, tanto che a volerla cercare, si poteva trovarvi una lettera.
Inoltre, dall’estremità degli occhi scendevano due stringhe di un rosso molto scuro, le quali le allungavano il già sensualissimo sguardo.
Quando notai i suoi occhioni, ebbi una strana sensazione. Esattamente come io la stavo squadrando, leggendo la lettera sulla sua fronte e restando ammaliato dai suoi occhi color mogano, cosi’ lei guardava me.
Mi osservava in tutte le mie parti. Cercava di capire come ero fatto, cosa funzionava e cosa poteva funzionare.
Restammo a guardarci mentre il ritmo accelerato del treno diretto riempiva il salone. Dopo pochi minuti un gradiente di voci si alzo’, attraverso’ la sala e si allontano’. In tutto questo, tra noi c’era silenzio. Io osservavo lei e ne assimilavo la linea degli occhi. Lei mi osservava e mi controllava.
Un annuncio scheletrico comunico’ l’imminente arrivo del treno per Milano.
Non mi mossi. Tony Guaina, Ariel, Getz, tutti quanti non c’erano piu’ in quel momento. Un assurda gatta ostinata che non voleva lasciare il mio cappello.
Un giovanotto attraverso’ di corsa l’atrio; i suoi passi suonavano come quelli dei ritardatari e la sua corsa pesante ma veloce, trascino’ con se’ una folata di vento che si era appena alzato e porto’ da fuori foglie e cartacce. Un foglio di giornale strappato mi si aggrappo’ alla gamba. Agitai i pantaloni per liberarmi, ma non ci fu verso. L’afferrai e feci per accartocciarlo e gettarlo, quando, una scritta leggibile solo per metà, attiro’ la mia attenzione. “…uaina. E’ morta una leggenda del Jazz”.
Era la pagina 9 di un’edizione straordinaria.
Accennai un sorriso e guardai ancora la mia gatta col brillantino. Aprii la valigia e le dissi <<Dai, vieni.>> Non tradi’ la sua agilità felina e in un sol balzo si acquattò nella borsa di cuoio morbido.
Mi alzai e afferrai la valigia che ora pesava di un appagante e nuovo peso. Spuntava dalla chiusura solo la sua coda affusolata che ticchettava a destra e sinistra come un seducente metronomo.
Mi misi il cappello, accartocciai il foglio di giornale e lo gettai nel cestino all’angolo. Annusai l’aria e il silenzio, guardai il cielo terso, mi alzai il colletto della giacca gessata e mi avviai verso casa.